Redazione

Molte volte leggendo le lettere e i testi scritti di suo pugno, ho avuto quasi l’impressione di vederlo parlare e agire, di poter condividere con lui le gioie e le soddisfazioni della sua vita, ma anche le non poche preoccupazioni e sofferenze, spesso causate dalla profonda consapevolezza dell’immaturità della Chiesa (e di quella italiana in modo particolare), pure amata come una Madre.

di Marcello Malpensa

Sono assai grato a Incrocinews che mi concede di potermi svestire dei panni dello studioso per raccontare qualcosa del mio «incontro» con Lazzati. Molte volte, infatti, leggendo le lettere e i testi scritti di suo pugno, ho avuto quasi l’impressione di vederlo parlare e agire, di poter condividere con lui le gioie e le soddisfazioni della sua vita, ma anche le non poche preoccupazioni e sofferenze, spesso causate dalla profonda consapevolezza dell’immaturità della Chiesa (e di quella italiana in modo particolare), pure amata come una Madre.

A questo proposito non ho esitazione nell’affermare che le parole sulla Chiesa scritte da Lazzati nel suo testamento spirituale («Amatela come la vostra madre, con un amore che è fatto di rispetto e di dedizione, di tenerezza e di operosità. Non vi accada mai di sentirla estranea o di sentirvi a lei estranei; per lei vi sia dolce lavorare e, se necessario, soffrire. Che se in essa doveste a motivo di essa soffrire, ricordatevi che vi è madre: sappiate per essa piangere e tacere») sono ormai diventate il paradigma del mio rapporto personale con essa.

Vi sono però altri due aspetti della figura di Lazzati che continuano a farmi riflettere e meditare: il primo è lo spessore evangelico che Lazzati ha saputo attribuire alle parole con cui nel lontano 1927 mons. Francesco Olgiati invitava i giovani alla consacrazione: l’apostolato non deve mirare a conquiste trionfali e altisonanti, ma deve procedere seguendo il “metodo del silenzio” e il “sistema dell’umiltà”.

La ricostruzione biografica ha cercato di mostrare come queste parole, che nell’enunciazione di Olgiati avevano un certo sapore tattico, siano invece diventate per Lazzati un modo di essere e di vivere al quale io stesso tento (faticosamente) di ispirare la mia vita.

Infatti, proprio negli stessi anni in cui il mondo cattolico esaltava l’immagine di Cristo Re come sovrano potente e dominatore dell’umanità, Lazzati, affascinato dalle parole di Giulio Salvatori su Cristo «Re mansueto e umile di cuore», cominciava a ricordarci come la regalità di Cristo sia qualcosa di paradossale per questo mondo, poiché il suo massimo splendore si manifesta nell’umiliazione della croce.

Sapere imitare Cristo nella via dell’umiltà e della spogliazione di sé è un traguardo assai arduo, ma Lazzati ci ha mostrato che davvero questo è uno dei punti irrinunciabili della vita cristiana.

L’altro aspetto che vorrei sottolineare prende spunto da una lettera riportata all’interno della biografia: nel giugno del 1941, rivolgendosi a un importante membro del nuovo sodalizio che aveva apostrofato duramente dei sottoposti, Lazzati scrive: «La carità non è più tale quando offende la carità e se il parlar chiaro può essere opera di carità, lo è però nei limiti e nei modi che la carità stessa determina e che non possono essere mai contro giustizia […] Tutto questo è contrario allo spirito del miles Christi il quale di così ardente e delicata carità deve rifulgere (e lo può senza venire meno alla verità) da avere in essa il segno del suo riconoscimento come vuole il nostro divino Re».

Spesso i cristiani si sentono legittimati a giudicare aspramente gli altri e il mondo, dimenticando che l’unico giudice è Cristo. Il richiamo di Lazzati a una carità ardente e delicata e quindi profondamente rispettosa dell’altro è un ulteriore motivo di riflessione quotidiana che debbo al privilegio di aver potuto lavorare su queste carte.

Infine, grazie a questo lavoro ho potuto conoscere e lavorare con persone eccezionali e avere la soddisfazione di essere accolto dai nipoti di Lazzati con un affetto e una sensibilità commoventi: di tutto questo ringrazio immensamente la sua straordinaria figura.

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