In Diocesi parte una ricerca che interpellerà un migliaio di persone tra i 18 e e i 30 anni, per fotografare la loro storia lavorativa e il ruolo della famiglia d’origine

di Martino INCARBONE

Giovani

Tutti li chiamano bamboccioni e mammoni, i trentenni ancora in casa con i genitori. Generazione rapinata li definisce il professor Alessandro Rosina nel suo libro Non è un paese per giovani. «Lento suicidio demografico» è il termine utilizzato dal presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco. Pesante mancanza di equità generazionale e pesante penalizzazione delle generazioni più giovani sono invece le parole usate dall’Arcivescovo, cardinale Angelo Scola, presentando in Università Cattolica il rapporto-proposta sul cambiamento demografico del progetto culturale della Chiesa italiana. Parole forti che danno una chiara interpretazione della morsa in cui sono strette le giovani generazioni in Italia. Diminuiscono drasticamente di numero (solo nella città di Milano dal 1995 al 2005 sono dimezzati), faticano a progettare il futuro con un livello di istruzione ancora fortemente legato al livello della famiglia di origine, abbandonano l’università prima di averla terminata, mentre uno su tre è vittima della disoccupazione e tra quelli occupati uno su due ha un lavoro precario.

Proprio il rapporto tra giovani e lavoro è l’oggetto della ricerca che prende avvio proprio in questi giorni dal titolo “Un talento nascosto, il lavoro secondo i giovani”. È promossa dal settore Giovani dell’Azione Cattolica Ambrosiana, che si sta incaricando di distribuire i circa 1000 questionari al campione di giovani individuato all’interno della Diocesi. «L’obiettivo della ricerca – spiega Miriam Ambrosini, responsabile diocesana dei giovani di Ac – è fare una fotografia della situazione dei giovani (18-30 anni) della nostra Diocesi rispetto al lavoro, con particolare attenzione rispetto alla loro “storia” lavorativa e al ruolo della famiglia d’origine».

La parte scientifica del questionario è coordinata dal professor Francesco Marcaletti, docente di Relazioni del Lavoro presso l’Università Cattolica, e dal giovane ricercatore Giovanni Castiglioni, appena immatricolato come dottorando presso il dipartimento di sociologia della Cattolica. Il questionario è composto di 43 domande che indagano la situazione lavorativa dell’intervistato, ma soprattutto la sua percezione del lavoro e del lavorare, del tempo libero e del rapporto con la famiglia. «L’idea della ricerca è nata proprio all’interno del settore Giovani di Ac per portare un contributo alla preparazione dell’Incontro Mondiale delle Famiglie sul tema il lavoro e la festa – ci racconta Castiglioni -. Nel 2006 abbiamo svolto una esperienza simile nel Decanato Zara, da cui è poi nato un percorso di approfondimento di 3 anni con i giovani delle parrocchie, composto da diversi laboratori e da un cineforum. Sul tema giovani e lavoro c’è molto allarmismo, suscitato dalla pubblicazione delle statistiche. Ciò che ci sta a cuore è imparare a leggere oltre i dati le biografie dei giovani, i percorsi non sempre lineari che affrontano nel passaggio tra formazione e lavoro, e le condizioni personali, famigliari e sociali che stanno alla base di questi percorsi».

I risultati dello studio saranno presentati in anteprima al convegno su “Giovani e lavoro” in programma il prossimo 18 febbraio e promosso dalla Pastorale Giovanile diocesana in collaborazione con Azione Cattolica, Caritas e Pastorale Sociale e del Lavoro. La prospettiva con cui guardare a questa indagine, diversamente dall’approccio a cui siamo abituati, è tutt’altro che pessimista. A partire da questi risultati verranno definiti i passi successivi del percorso per portare alla luce i volti del lavoro meno affrontati dai media e per parlare di una generazione capace e preparata.

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