La dimensione di realizzazione della persona attraverso l’occupazione è uno dei temi del dialogo che precederà la Messa presieduta dall’Arcivescovo in Duomo alle 17.30. Vi prenderanno parte Giuseppe Sala (operatore del Fondo «Diamo lavoro») e Francesco Wu, che porterà la sua testimonianza di imprenditore

di Claudio URBANO

Sala-Wu

Negli anni della crisi ci siamo abituati a considerare il lavoro un’emergenza. Come recuperarne, invece, la dimensione di realizzazione della persona, la possibilità di creare legami nella comunità? Sono questa alcune domande al centro del dialogo (alle 16.45) e della Messa (alle 17.30) che l’Arcivescovo celebra oggi in Duomo con gli operatori del mondo del lavoro.

In primo piano resta naturalmente il tema della precarietà, di un’occupazione che manca soprattutto per i giovani e per gli anziani. «Il mondo del lavoro è sempre più polarizzato» osserva Giuseppe Sala, tra i coordinatori del Fondo diocesano «Diamo Lavoro», giunto alla sua terza fase (150 i tirocini di reinserimento ora attivi con le imprese, più della metà viene confermato al termine dello stage). «Il grosso del lavoro tende a dequalificarsi, a diventare meno tutelato. Che impegni può prendersi chi non sa se tra due mesi ha ancora il lavoro? Poi c’è un’élite di persone iperspecializzate, ben pagate, che spesso però pagano il prezzo della “rinuncia” alla vita: sono sempre connesse e sempre al lavoro. La Chiesa però – riflette ancora Sala – ha maturato l’idea che il lavoro è parte della vocazione dell’uomo. C’è ancora questa dimensione? Come parlarne nelle nostre comunità, ai ragazzi o nella formazione delle coppie? Il rischio è che il tema diventi centrale solo quando il lavoro manca: allora nelle nostre comunità mettiamo mano al portafoglio, che è tanto, ma non basta. Mi aspetto che il Vescovo ribadisca che il lavoro è importante, che non è solo reddito. Il rischio sono scorciatoie per vivere bene senza lavorare, come il gioco d’azzardo: sono peccati sociali che ci toccano come comunità, a cui non possiamo solo assistere dall’esterno, ma a cui dobbiamo provare a rispondere a partire dai bisogni».

Se la mancanza di lavoro può portare anche a derive di esclusione sociale, da Francesco Wu arriva invece la testimonianza del lavoro come forma di vera integrazione e di conoscenza reciproca. Wu, cinese, imprenditore nella ristorazione, rappresenta l’imprenditoria straniera nel consiglio direttivo di Confcommercio Milano. «Al’Arcivescovo – anticipa – chiederò come il modello di buona integrazione che si realizza nell’ambiente di lavoro possa essere applicato anche in altri ambiti della società». Intanto Wu porta la sua esperienza. «Nelle cucine di molti ristoranti c’è un bel clima tra cinesi, italiani o del Bangladesh. Io ho diversi collaboratori italiani: permetto loro di avere un lavoro e di conoscermi come imprenditore, non più come imprenditore straniero. Si crea una rete: nei Comuni più piccoli, della provincia, ci conoscono non solo i dipendenti, ma anche le loro famiglie. E anch’io guardo ora le persone non per la loro origine, ma per quello che fanno: chiamo il fabbro albanese o l’idraulico rumeno: se vedo che tanti albanesi hanno avviato una bella attività, allora penso che la loro comunità si sia integrata bene. Il lavoro dà dignità, se lavori e crei benessere per te e per la tua famiglia cerchi di fare le cose fatte bene e in regola, sempre meglio». Ci sono aspetti da migliorare, nel lavoro? «A un ragazzo nigeriano sono riuscito a dare alcuni lavoretti. Ma l’unica strada – osserva Wu – è crearne di più».

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