Il Cardinale, come ormai tradizione nell’ultima domenica prima di Natale, ha visitato l’Istituto Palazzolo, celebrando l’Eucaristia per i malati e il personale. I video dell'omelia e dell'intervista a Scola

di Annamaria BRACCINI

Istituto Palazzolo 2013

“La vostra vita, anche se non più giovane, è piena di significato, di quella utilità che nasce dall’essere vicini al Signore”.

Il Cardinale visita, nell’ultima domenica dell’Avvento, l’Istituto Palazzolo, come tradizione fin dai tempi del cardinale Martini. Tanti i degenti anziani che lo salutano e pregano brevemente con lui che si avvicina a molti di loro, percorrendo i lunghi corridoi verso la grande Chiesa interna alla struttura. Per tutti c’e una parola buona, un battuta scherzosa, un incoraggiamento, magari in un momento di particolare difficoltà, il segno della croce e una speciale benedizione. Il clima, anche se fuori la nebbia e la pioggia rendono tutto grigio, è caldo, quasi intimo, nonostante i grandi numeri del “Palazzolo”, clima davvero natalizio: ovunque, nei singoli reparti, ci sono piccoli presepi e le decorazioni, come nota il direttore del “Polo Lombardia 2”, Maurizio Ripamonti che accoglie il Cardinale con monsignor Angelo Bazzari, presidente della Fondazione don Gnocchi, cui l’Istituto fa capo dal 1998. Molti sono anche i sacerdoti, dal Moderator Curiae, monsignor Bruno Marinoni al vicario episcopale di settore, monsignor Luca Bressan, al decano del Decanato Cagnola monsignor Carlo Azzimonti, fino ai cappellani. Poco dopo, concelebrano tutti insieme anche a due dei sei sacerdoti qui ricoverati, con il Cardinale, nella Cappellania Sacro Cuore di Gesù dove don Enzo Rasi, cappellano dal 2011, dà il benvenuto.

Su molte file, ai piedi dell’altare maggiore, decine di anziani in carrozzina, che con gli altri malati, i medici, le Suore delle Poverelle che svolgono la loro assistenza fin dagli inizi della Casa, le Suore della Carità, che da qualche anno le affiancano, il personale, i parenti – è presente anche l’assessore alla Coesione sociale del Comune, Granelli – affollano la tipica e accogliente struttura anni Trenta della Chiesa, da poco arricchita di due altorilievi rappresentanti don Gnocchi, donati da don Livio Aretusi, cappellano del “Palazzolo” per otto anni, scomparso ad agosto. Un simbolo di attenzione alle persona, come il coro costituito da venticinque degenti: «È un segno bello della creatività di questo luogo, capace di coniugare intelligenza e amore», osserva Scola.

«Oggi, l’Arcivescovo celebra con gioia ed emozione per questa straordinaria Solennità, la Maternità Divina di Maria che manifesta il grande disegno della Trinità circa l’incarnazione del figlio di Dio. Fare la memoria della venuta di Gesù, attendendolo, significa che egli non cessa di cercarci e ri-cercarci», dice subito il Cardinale che ricorda come «il beato Palazzolo e il beato don Gnocchi, intrecciando i loro doni e carismi di santità, rendano quotidianamente possibile questo spazio di gioia e di dolore».

Essere accanto ai sofferenti, lo si vede, è particolarmente caro al Cardinale, che, infatti, aggiunge: «La visita ai bimbi ammalati (nei giorni scorsi con la visita alla clinica Mangiagalli, ndr) e quella agli anziani – a queste due generazioni di una vita di popolo – rappresenta un atto tra i più significativi che io possa compiere, sia dal punto di vista cristiano che civile». Sì, anche civile, «perché il grado di civiltà di una città, di un Paese si vede da come si rapporta allo stadio della fragilità umana, soprattutto nel momento dell’inizio e in quello che volge verso la fine dell’esistenza, quando appunto la fragilità si fa più evidente».

Una condizione che trova, pure nell’estrema anzianità e debolezza del corpo, un senso di grandezza e dignità se “sta stretta” al Signore.

«Non possiamo partecipare ad un gesto fondamentale come questa Eucaristia senza chiedere alla Madonna la vicinanza a Gesù. Anche se non siamo più giovani, coinvolgendoci con Cristo, la nostra vita sarà piena di valore e di utilità: quella che non si misura nella quantità dell’azione, ma nel contribuire a far crescer l’amore».

Da qui l’appello, a partire dall’Epistola appena proclamata nella liturgia del giorno: «Dobbiamo fare nostro il grande invito di Paolo all’essere lieti. Solo colui che ha un rapporto solido con Gesù e sa che la morte è vinta per sempre, può dire con forza la frase di Paolo ai Filippesi», “Siate lieti”, da cui, non a caso, scaturisce la splendida descrizione delle virtù che devono essere nei nostri pensieri: ciò che è vero, giusto, amabile, nobile. «Se l’uomo di oggi, tanto sofisticato e chiuso in se stesso, prendesse sul serio lo stile di vita che il Signore ha portato e cercasse di realizzarlo, come cambierebbe la Chiesa e la società», scandisce il Cardinale, in conclusione, offrendo la sua preghiera per i malati e chiedendo la loro per lui stesso, invocando «la pace di Dio che superando ogni nostra intelligenza, ci custodirà».

Poi il segno della pace portato personalmente dall’Arcivescovo a ognuno degli ospiti in carrozzina, lo scambio dei doni – alcuni confezionati dai degenti – e, ancora, il saluto finale affettuosissimo seguito dalla visita all’hospice dedicato ai malati terminali – anche, qui, i bei quadri alle pareti sono realizzati dai pazienti del day Hospital – e al reparto per gli affetti da Sclerosi Laterale Amiotrofica.

«L’amore di Dio riversato su noi, nella nascita del Figlio, ci insegna qualcosa del rapporto di amore vero tra di noi, che deve essere affettivo e oggettivo», spiega il Cardinale all’uscita dalle camere: «Il Santo Natale è occasione per tornare alla radice di tutto questo. Visitare i punti di fragilità, come i bimbi malati o gli anziani, è una sana provocazione a essere umili, affidandoci al Dio bambino che è via alla verità e alla vita. In un’istituzione gloriosa come il “Palazzolo”, dove la Fondazione don Gnocchi non cessa di fare ricerca e dove si concentrano persone provate nel fisico per malattie e per l’età avanzata, è consolante vedere che la carità sposata all’intelligenza e alla ricerca di innovazione genera una speciale genialità».

A conclusione della mattinata, l’incontro è con il personale, ci sono anche sei piccoli, nati quest’anno, figli di alcuni dipendenti. E l’immagine che esce dalla sintesi delle attività, delineata da monsignor Bazzari, è quella di una Fondazione Don Gnocchi «sempre in movimento, attenta alle nuove emergenze della cura e dell’assistenza» e di un “Palazzolo” all’avanguardia. Tre le nuove realtà varate nel corso del 2013, con l’avvio del nuovo reparto, sia di lunga degenza sia in riabilitazione specialistica, per malati con gravi patologie respiratorie, l’apertura dell’hospice e di Casa Aurora, appartamento messo a disposizione nelle vicinanze dell’Istituto, per 11 anziani autosufficienti.

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