L’Italia ricorda le vittime della pandemia. L’Arcivescovo visita i cimiteri di cinque parrocchie di rito ambrosiano della Diocesi di Bergamo, portando la preghiera e una parola di speranza: «Non vogliamo essere i discepoli dei maestri della tristezza»

di Annamaria BRACCINI

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Dapprima l’incredulità, la preoccupazione e lo smarrimento crescenti. Poi il dolore, il silenzio, la preghiera e, con il passare dei mesi, anche l’allungarsi del triste elenco di chi non ce l’ha fatta, con quei volti fissati in immagini sorridenti che molti di noi ambrosiani hanno conosciuto. Il parroco di oggi, quello incontrato anni fa, il prete con cui confidarsi, la persona amica con cui, magari, si è lavorato.

La Diocesi di Milano, come tutte le altre italiane e l’intero Paese, piange oggi i suoi morti per la pandemia, tra cui tanti presbiteri, consacrati e consacrate, religiose e religiosi. Tutti coloro ai quali l’Arcivescovo rende omaggio recandosi, in occasione della Giornata nazionale in memoria, nei cimiteri di cinque parrocchie di rito ambrosiano della Diocesi di Bergamo, epicentro della crisi nella prima ondata.

La visita del vescovo Mario – che più volte in questi mesi ha ricordato la scomparsa di laici e sacerdoti – inizia alle 16 da Vercurago: toccherà i Comuni di Calolziocorte, Monte Marenzo, Erve, Carenno, piccoli centri della valle San Martino, le cui comunità ecclesiali appartengono alla Diocesi orobica, ma sono storicamente legate alla terra ambrosiana. In serata, alle 20.30, nella parrocchia di Maria Immacolata di Carenno, monsignor Delpini celebrerà la Messa in memoria di don Adriano Locatelli, sacerdote della parrocchia morto di Covid il 19 marzo 2020. «In questo triste anniversario attendiamo l’arcivescovo Delpini per ricordare tutti i morti che in quei giorni tragici non abbiamo potuto salutare come avremmo voluto, confortati dalla certezza di saperli accolti dal Padre», spiega il parroco di Carenno, monsignor Angelo Riva.

Eppure, tra una così intensa sofferenza, che parla ormai di più di 103 mila vittime solo in Italia – con una strage tra gli anziani -, mai sono venute meno le parole di fiducia e speranza che l’Arcivescovo ha rivolto a tutti in questo anno, con una specifica attenzione nei percorsi di Avvento e Quaresima. A partire dal marzo del 2020, con numerosi messaggi e l’invocazione elevata ai piedi della Madonnina, per arrivare alle visite nei cimiteri, alla Proposta pastorale Infonda Dio sapienza nel cuore e alla recentissima omelia della celebrazione presieduta, come Metropolita di Lombardia, accanto a tutti i Vescovi della regione, presso il Santuario di Santa Maria del Fonte a Caravaggio, dove aveva detto: «Gesù ha sofferto con coloro che soffrono, ha pianto con coloro che piangono, è morto con coloro che sono morti. E mentre il demone ribelle suggerisce di non ascoltare la voce del Signore, i figli di Dio hanno ascoltato la voce amica di Gesù e si sono messi in cammino. Così si è diffusa tra la gente una nuova forma di compassione abitata da una fortezza mite e paziente, si è diffusa tra noi una pratica instancabile della dedizione abitata dalla carità, una rinnovata fiducia abitata dalla speranza di partecipare alla morte e risurrezione di Gesù per entrare nella vita di Dio».

Il pensiero torna anche alle Messe di suffragio celebrate a Treviglio (209 vittime tra marzo e maggio 2020 nella città e nella vicina Castel Rozzone) e, in Duomo, il 18 giugno, nella Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, entrambe aperte dalla lettura dei nomi di chi ci ha lasciato. «Se noi fossimo discepoli dei maestri della tristezza, questa nostra Celebrazione sarebbe triste: i fratelli e le sorelle che sono morti quest’anno, secondo il pensiero della tristezza, sono perduti per sempre, il nostro ricordo è solo il rammarico per la loro irrimediabile assenza, la nostra riconoscenza per il bene che abbiamo ricevuto».

Ma proprio questo – aveva scandito l’Arcivescovo in Cattedrale – non «vogliamo essere, i discepoli dei maestri della tristezza», specie ora, proprio perché «nella rivelazione della verità del Padre abbiamo trovato ristoro anche se abbiamo sentito, come tutti, l’oppressione del male e della morte. Abbiamo accolto l’invito: venite a me, e siamo venuti, abbiamo appoggiato il nostro capo sul petto di Gesù, come il discepolo amato. Perciò la nostra celebrazione, per quanto segnata dalla tristezza dalle tante morti che hanno ferito le nostre comunità, è piena di fiducia perché il nostro ricordo non è solo il ricordo di persone care irrimediabilmente perdute, ma piuttosto la consolazione di riconoscere che noi condividiamo con loro la comunione dei Santi. Il Padre ha reso partecipi della sua vita noi e tutti i nostri cari. Siamo vivi presso Dio e continuiamo a volerci bene, a suggerirci motivi di fiducia, a indicarci percorsi che non deludono».

«Una preghiera, un canto di speranza», quindi, da vivere «riconoscendo che, con il dito di Dio, Gesù ha scacciato il demone muto e invita alla speranza, il demone ribelle della disperazione e ci invita alla fraternità, il demone della divisione e ci rende un cuore e un’anima sola». 

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