La crisi continua a colpire, ma non viene meno il sostegno della diocesi: negli ultimi 17 mesi sono quasi 2 mila le persone aiutate, soprattutto operai edili e metalmeccanici, italiani e stranieri rimasti fuori dal mercato e con poche possibilità di ricollocarsi in tempi brevi

di Francesco CHIAVARINI

operaio
A worker fixes screws on the chasis at the assembly line for MAN trucks at the MAN plant in Munich, Germany.

Dopo sette anni la crisi non molla ancora la presa. Continua a colpire. Soprattutto le famiglie. Erodendo i loro ultimi risparmi. È il quadro impietoso che emerge dagli ultimi dati del Fondo famiglia-lavoro, l’iniziativa voluta nel 2008 dal cardinale Dionigi Tettamanzi – quando ancora i segnali di quello che sarebbe accaduto erano sottotraccia – e poi ripresa e rilanciata nel 2012 dal suo successore alla guida della Diocesi, il cardinale Angelo Scola.

La stragrande maggioranza (quasi il 70%) delle 1919 persone aiutate dal Fondo negli ultimi 17 mesi ha perso il lavoro nell’ultimo anno. Erano soprattutto operai (77%) impiegati nei settori edile, metalmeccanico e dei servizi a scarso valore aggiunto, rimasti a casa a causa di chiusure di attività e ristrutturazioni aziendali, segno di un malessere che continua ad aggredire una delle aree più produttive del Paese.

Muratori, facchini, portieri di albergo, camerieri, lavapiatti – stranieri, ma anche italiani (il 40%) -, si sono ritrovati fuori dal mercato e con poche possibilità di ricollocarsi velocemente. Chi era riuscito a ritrovare un lavoro (il 14%) negli ultimi sei mesi lo ha perso di nuovo. Cambiare mestiere, cogliere nuove opportunità è stato impossibile soprattutto per persone con un livello di istruzione medio basso (il 55% non è andato oltre la licenza media e il 26% ha un diploma).

A trovarsi in maggiore difficoltà è stato proprio chi aveva più scommesso sul futuro: i quarantenni (oltre il 40%) che avevano deciso di allargare la famiglia. In media chi ha usufruito del Fondo ha almeno due figli a carico. Famiglie normali, solo un po’ più grandi della media italiana, sono diventate ingombranti. Mettere al mondo un bambino e dopo qualche anno dargli un fratello o una sorella è diventato improvvisamente un lusso. Senza stipendio e senza reddito si è fatto ricorso ai risparmi. Ma anche quelle risorse sono finite rapidamente.

La maggioranza delle persone che ha approfittato del Fondo ha sulle spalle debiti (quasi il 70%), la maggior parte maturati per la casa. Affitti e mutui sono diventati voci non più sostenibili nel bilancio familiare. Non solo: le incombenze di una normale vita quotidiana sono risultate proibitive. C’è chi ha chiesto un prestito in banca o un aiuto a familiari e amici per pagare le bollette del gas e della luce, le spese condominiali. È facile immaginare che se non vi sarà una svolta in tempi rapidi costoro dovranno affrontare sfratti e pignoramenti.

«Questi dati dimostrano che la crisi non è finita. Ci siamo ancora in mezzo – osserva Luciano Gualzetti, segretario generale del Fondo famiglia-lavoro -. Probabilmente dovremo abituarci al fatto che alcuni lavori non ci saranno più e che bisognerà attivarsi per crearne di nuovi. Per questo è importante non solo che gli imprenditori facciano la loro parte, ma che anche i lavoratori si attrezzino per cogliere le nuove opportunità. Con la seconda fase del Fondo abbiamo insistito proprio sulla riqualificazione professionale, l’auto-imprenditorialità attraverso il micro-credito. Nel nuovo contesto che ci troviamo di fronte è questo il solo modo che abbiamo per aiutare le persone se vogliamo essere davvero una comunità solidale».

Formazione e ricerca lavoro

Non solo assistenza, dunque, ma un aiuto anche a risollevarsi, rialzare la testa e rimettersi in piedi. Il protrarsi della crisi ha reso evidente che non si potevano più aiutare le persone che perdevano il lavoro offrendo solo un contributo alle spese per l’affitto o al pagamento delle bollette. Bisognava stare loro accanto in modo diverso. Per questo, quando la Diocesi ha rilanciato il Fondo famiglia-lavoro, inaugurando la seconda fase, ha voluto dare agli operatori nuovi strumenti per intervenire.

Oltre un anno di lavoro sul campo ha messo in luce che l’intuizione era corretta. In 17 mesi sono stati realizzati circa 2 mila interventi per un valore complessivo di oltre quattro milioni di euro (4.229.455). Di questi un terzo (602) sono stati contributi a fondo perduto per la semplice sussistenza, gli altri due terzi sono serviti per finanziare corsi di formazione (749) e per sostenere la ricerca attiva del lavoro (735).

Gli operatori del Fondo hanno in questi mesi battuto palmo a palmo il territorio alla ricerca delle nuove opportunità che si potevano offrire pur in un momento di grave difficoltà, incontrando organizzazioni di categoria e singoli imprenditori. Un grande lavoro silenzioso, dietro le quinte, ma di fondamentale importanza. Grazie infatti a questa attività c’è chi ha ripreso a studiare, chi ha imparato un nuovo mestiere, spesso cambiando ambito. Per molti la strada verso un nuovo impiego è ancora lunga. Ma il primo passo è stato fatto.

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