La partecipazione della Chiesa ambrosiana alla tragedia dei migranti che, secondo il direttore di Caritas Ambrosiana don Roberto Davanzo, interpella «la debolezza radicale dei rapporti tra Paesi occidentali e Paesi dove le libertà non sono garantite e i diritti non tutelati. Occorre agire con pragmatismo e umanità»

Don Roberto Davanzo

Anche la Chiesa ambrosiana partecipa con la preghiera al dramma dei migranti periti nel naufragio avvenuto al largo di Lampedusa all’alba del 3 ottobre, la più grande sciagura dell’immigrazione sulle coste italiane. Lunedì 7 ottobre, alle 17.30, nella chiesa di Santo Stefano a Milano, la Pastorale dei Migranti della Diocesi ha organizzato un incontro di preghiera al quale hanno aderito la Caritas Ambrosiana con le cooperative del Consorzio Farsi Prossimo e la Casa della Carità.

Una partecipazione allo sgomento collettivo. «Si tratta di un lutto per l’Italia – commenta don Roberto Davanzo, direttore di Caritas Ambrosiana -. Secondo la conta dei morti nelle acque del canale di Sicilia, che ormai da diversi anni alcuni siti web stanno tenendo, si tratterebbe ormai di più di 19 mila persone. Ed è facile immaginare che si tratti di un approssimazione per difetto. Sono numeri che ovviamente suscitano le nostre emozioni, anche perché i mass media ci portano direttamente a casa le immagini della tragedia».

Con una crudezza, si potrebbe aggiungere, fin eccessiva su ciò che è solo la punta dell’iceberg: «Prima di arrivare a salire sui barconi per arrivare sulle nostre coste – ricorda don Davanzo –  queste persone, che provengono per lo più dal Corno d’Africa, devono attraversare il deserto libico, un’odissea inimmaginabile…».

E a questo proposito don Davanzo spende una parola anche sul termine “clandestini”: «Certo, sono clandestini nel senso che prima di partire non sono stati registrati presso un ufficio del Consolato italiano nel Paese da cui provengono. Ammesso che un Consolato italiano esista in Paesi che vivono situazioni drammatiche, come la Somalia. Il fatto è che non esiste la possibilità, per le persone che scappano da situazioni di guerra e di persecuzione, ma anche solo di miseria, di chiedere un visto».

Questo rende molto complicata la “regolazione dei flussi” su cui anche l’Europa richiama l’Italia: «Abbiamo a che fare con persone non programmabili. Abbiamo voglia di dire che è necessario controllare i flussi. Al massimo lo possiamo fare per le persone che abitano in un Paese tutto sommato tranquillo e vogliono venire in Italia per migliorare le loro condizioni di vita. Questi fanno una domanda e l’Italia può eventualmente negare l’autorizzazione. Ma quando la gente scappa da situazioni che comportano il rischio della vita, è ovvio che salta tutto».

Ecco perché tutte le semplificazioni sono pericolose: «La logica del non lasciarli partire dalle coste libiche è di un cinismo che definirei satanico. Significa avvallare i metodi che usa la polizia libica per impedir loro di partire, basta che non vengano a morire sulle nostre coste». La verità, prosegue don Davanzo, è ben più complessa e interpella «la debolezza radicale dei rapporti tra Paesi occidentali e Paesi dove le libertà non sono garantite e i diritti non tutelati. Si deve riuscire a ragionare, in modo pacato e pragmatico, di come il rapporto tra il mondo del benessere e quello del sottosviluppo può aiutare il secondo a risollevarsi, e dunque ci sia meno voglia  di scappare e arrivare nelle nostre terre. Altrimenti questi flussi saranno permanenti, perché ci saranno sempre aguzzini che se ne approfitteranno. Anche se mettessimo tutte le navi da guerra del mondo per evitare che i profughi partano dalle coste egiziane o libiche…».

A chi punta il dito contro il “buonismo” come responsabile di questa situazione, don Davanzo risponde: «Penso che dopo una strage del genere abbiano diritto di parlare solo quelle realtà che con queste situazioni si sono sporcate le mani. Gli altri, meglio che tacciano. Dietro considerazioni come l’accusa di “buonismo” ci sono pregiudizi davvero inaccettabili: l’idea che qualcuno in Italia trami perché si favorisca il flusso di immigrati allo scopo di destabilizzare la nostra cultura e la nostra tradizione. Direi che si sta rasentando la follia, se non fossi convinto che sotto c’è semplicemente un disegno elettorale per conquistare fette di popolazione spaventata, convinta che il problema si risolva solo con un presidio militare sulle coste libiche. Ma la questione è ben più seria. A cominciare dalla necessità di attivare percorsi sani di integrazione con i migranti che sono qui».

E sulla necessità di rivedere la Bossi-Fini, don Davanzo conclude: «Quella legge ha ormai una storia, gli scenari nel frattempo sono cambiati. E poi dobbiamo ammettere che non è riuscita a contrastare significativamente l’immigrazione clandestina. Bisogna prenderne atto senza polemiche e affrontare il problema con pragmatismo e umanità, non con buonismo. Certo è che deve essere un ragionamento dalle larghe intese. Questo non è un argomento che si possa affrontare con una maggioranza e una minoranza. La maggioranza su queste questioni deve essere molto ampia e coesa, perché è un problema serio che tocca tutti e che ha innumerevoli dimensioni».

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