La cura per il creato, il rapporto tra esso e l’uomo, il divario tra ricchi e poveri: temi a proposito dei quali l’Arcivescovo ha sottolineato un’urgenza educativa e che stimolano le considerazioni di un “fidei donum” ambrosiano

di Alberto DELL’ACQUA
Missionario fidei donum a Garoua

Garoua_Camerun

Quali reazioni provoca il Discorso alla città che il cardinale Angelo Scola ha tenuto nella Basilica di Sant’Ambrogio il 6 dicembre scorso, se a leggerlo è un sacerdote ambrosiano che svolge il suo ministero dall’altra parte del mondo? La lettura, senz’altro densa e impegnativa, più che pensieri sollecita in me immagini legate a ciò che vivo in questa realtà nel nord del Camerun; e sono immagini che, leggendo il Discorso, riaffiorano a poco a poco alla mente.

Innanzitutto, rispetto a un giusto rapporto tra uomo e creato, l’istantanea che propongo è quella del deserto del Sahara che avanza – verrebbe da dire inesorabilmente – verso di noi: in ogni momento della giornata respiriamo la sua sabbia, soprattutto nella stagione secca come è quella attuale, e i nostri polmoni, nelle radiografie, risultano più neri di quelli di un fumatore incallito. Già qualche anno fa, in una conferenza internazionale, il Presidente del Camerun ha sostenuto la tesi che, tra qualche tempo, la gente che vive all’estremo nord del Paese, se vorrà sopravvivere e coltivare la terra che diventa sempre più sabbiosa e sempre meno fertile, dovrà spostarsi verso il centro. Parole che – almeno a me sembra – testimoniano una certa rassegnazione, e non la volontà di intervenire per cercare di porre rimedio a un grande problema, a proposito del quale vale invece la pena di pensare e di fare qualcosa, tutti insieme.

La seconda immagine evocata dal Discorso è sempre riferita alla cura per il creato e riguarda la popolazione locale: nel suo piccolo, continuando a tagliare alberi senza rimpiazzarli, questa gente purtroppo contribuisce all’avanzata del deserto e al degrado della natura. Certo il disboscamento assicura legna da ardere per la cucina e anche un certo guadagno nel rivenderla. Così facendo, però, si lascia che l’interesse personale prevalga sul bene comune della generazione presente e soprattutto di quelle future, che ne subiranno le gravi conseguenze.

La terza immagine nasce dall’osservazione della gente di Garoua. Il divario tra i camerunesi ricchi – che talvolta amano ostentare questa loro condizione – e quelli invece poveri o che si trovano alla soglia della povertà – per i quali anche solo trovare i soldi necessari per curare un familiare malato diventa una lotta al limite delle forze -, ormai evidente da anni nel sud del Paese, si sta allargando sempre più anche qui al nord. Fenomeno nel quale ravviso anche una delle cause dell’aumento della criminalità e della mancanza di sicurezza in questo territorio. Continuando in questa direzione, si cammina sempre sul filo del rasoio, perennemente sotto una “spada di Damocle” che da un momento all’altro può cadere sulla testa delle persone e del Paese.

Avverto e faccio fortemente mia l’urgenza educativa che il Cardinale ha proposto rispetto a questi temi, ma nello stesso tempo vedo come quest’urgenza, qui, si scontri spesso col problema di non avere alternative da offrire in cambio a persone che cercano di guadagnarsi il pane quotidiano “arrangiandosi” in diversi modi per sostenersi e sostenere la loro famiglia e arrivare non tanto alla fine del mese, quanto alla fine della giornata. Tra questi modi diversi di arrangiarsi (da queste parti si dice se debrouiller, che rende bene l’idea), c’è anche quello drammatico di offrire il proprio corpo a chi ha un po’ di soldi e li offre in cambio del suo “utilizzo”.

Vivendo e operando dentro queste fatiche quotidiane, la grande tentazione è quella di “gettare la spugna” e arrendersi, ammettendo che «non si riesce a fare niente!». Quando però ti accorgi che, se continui a scegliere personalmente e a proporre alla gente una “vita buona” come quella di Gesù, qualcosa cambia, allora ritrovi il coraggio e la forza di continuare a scommetterci la vita. Anche la vicenda di Adeline è un modo per riconoscere che «eppur si muove!». Adeline è una ragazza di 17 anni, da qualche tempo coinvolta nella relazione con un uomo sposato, che la faceva sentire importante e le permetteva di mettere da parte un po’ di soldi. Poi, un giorno, mi ha detto: «Ho scelto di rompere questa relazione: mi costa tanta fatica, ma è ciò che Gesù mi chiede e io voglio provarci». Fino a oggi ha mantenuto l’impegno.

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