Avvicinandosi all’Expo, una riflessione sul gesto che non è solo un formidabile strumento di educazione alimentare, ma in senso cristiano è anche condizione necessaria per aprirsi ad altro

di monsignor Claudio MAGNOLI
Responsabile del Servizio diocesano per la Pastorale liturgica

digiuno San Carlo

«In Quaresima si digiuna tutti i giorni, eccetto il sabato e la domenica. La Pasqua del Signore pone fine a questo digiuno. Arriva il giorno della risurrezione, gli eletti sono battezzati, si presentano all’altare e ricevono il sacramento». Con queste parole Sant’Ambrogio riassumeva, nella seconda metà del IV secolo, gli elementi portanti della Quaresima milanese: l’ultima preparazione dei catecumeni al battesimo; la pratica ascetica del digiuno; la caratteristica non penitenziale dei sabati e delle domeniche; la Pasqua come meta sia del cammino penitenziale, sia dell’itinerario battesimale.

Nell’anno di Expo 2015, che ha deciso di porre al centro dell’attenzione il tema del cibo, diventa significativo riprendere il tema del digiuno, che in tutte le culture, fin dall’antichità, ha costituito un formidabile strumento di educazione alimentare, sia in ambito religioso, sia in ambito civile.

Il digiuno cristiano, specificamente quello quaresimale, prende le mosse dai grandi modelli dell’Antico e del Nuovo Testamento. Sull’esempio di Gesù, di Mosè e di Elia, anche il cristiano è chiamato a fare esperienza della volontaria privazione del cibo per dare spazio al nutrimento spirituale della parola di Dio e del pane di vita.

Il digiuno non è dunque fine a se stesso, ma è una condizione necessaria per aprirsi ad altro, per fare spazio, come avvenne per Gesù, a «un altro cibo». Lo dice bene il prefazio del martedì della prima settimana di Quaresima: «Così Gesù ci ha insegnato a preferire agli alimenti terreni il sostentamento che viene dalle divine Scritture».

Così concepito, il digiuno rafforza la preghiera, predispone a ricevere lo Spirito Santo, è un’arma contro gli spiriti cattivi, attiva e agevola la prontezza nel soccorrere i poveri, purifica dall’ingordigia e dall’accumulo per favorire relazioni solidali e legami gratuiti, educa al rispetto dei doni della creazione e alla sobrietà nell’uso di tutte le cose.

Si realizza in una parola quella buona circolarità tra il digiuno, la preghiera e la fraternità solidale (l’elemosina) che, sulla scorta di Mt 6, 1-18, i Padri della Chiesa mettono molto in evidenza. Come a dire che il valore del digiuno emerge là dove la volontaria privazione alimentare conduce l’intera comunità e i singoli individui a rimettersi in gioco in una più giusta relazione con il Signore, con il prossimo e con le realtà del creato. 

In modo quasi naturale la pratica del digiuno alimentare apre quindi le porte anche ad altre forme di rinuncia volontaria (no alle droghe, all’alcol, al fumo e al gioco d’azzardo; no all’acquisto e al consumo di beni superflui, costosi e di lusso; no all’uso invasivo e ossessivo dei media, di internet, dei social network, ecc…), che intercettano da vicino gli odierni stili di vita.

Trovano così nuova applicazione anche le parole rivolte a Dio nel prefazio del giovedì della prima settimana di Quaresima: «Le nostre rinunce, trasformate in sostegno dei poveri, ci consentono di imitare la tua provvidenza».

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