A Giussano duemila fedeli per la messa presieduta dal cardinale Scola nella Basilica dei SS. Filippo e Giacomo. L'Arcivescovo ha portato la benedizione agli ammalati dell'hospice del Borella

di Federica VERNÒ

SS Filippo e Giacomo_Giussano

Bagno di folla per il cardinale Angelo Scola a Giussano, domenica, per la visita pastorale nel decanato di Seregno. La mattinata ha avuto inizio con il saluto e la benedizione «a quanti sono ricoverati nell’ombra della morte all’ hospice, segno bello di carità ecclesiale e espressione di alta civiltà di questa terra». Al reparto di cure palliative dell’ospedale Borella Scola ha visitato uno a uno gli ammalati, incontrato i volontari dell’associazione Arca e il personale invitando chi opera all’hospice «a non smettere di pensare al senso della vita e del proprio lavoro». La presenza di Scola a Giussano, nella giornata mondiale delle Vocazioni, ha coinciso con la ricorrenza del quinto anno di fondazione della Comunità pastorale San Paolo di Giussano.
Ad attenderlo sul sagrato della basilica dei Santi Filippo e Giacomo una vera e propria folla che ha poi riempito la chiesa. Quasi due mila i fedeli presenti. A fare gli onori di casa il parroco don Norberto Donghi. Presenti il decano Monsignor Bruno Molinari, il vicario di zona Monsignor Patrizio Garascia, i sacerdoti delle comunità pastorali del decanato.
Nelle parole di don Norberto «il grazie per i tanti doni e il cammino fatto in una realtà così vivace e ricca» e la felicità «che questa sua visita coincida con la giornata mondiale delle vocazioni».
In tantissimi lo attendevano nella basilica dei Santi Filippo Giacomo e Scola non ha dimenticato di ricordare il legame profondo con la parrocchia e la terra di Brianza: «Nulla dà più gioia al vescovo dell’incontrare i fedeli là dove la Chiesa vive per loro – ha detto Scola – ».
Quindi, nell’omelia, il tema caratterizzante la Liturgia della Parola, quello dell’amore.
«Quando parliamo dell’amore nessun uomo è inconsapevole di cosa questa parola significhi. Tutti noi ne facciamo esperienza fino dai primissimi giorni della nostra vita.
Ma quando cerchiamo di dargli un nome preciso, il contenuto ci sfugge come se volessimo prendere in mano l’acqua corrente e volessimo trattenerla ma non riusciamo. Ecco la nostra vita può essere intesa come l’approfondimento dell’amore, imparando a distinguere la carità. Appoggiandoci alle lettura di oggi l’amore spiega la ragione ultima del nostro lavorare, del risposo, del costruire una società giusta, il senso della condivisione dei doni». Quindi la libertà dell’uomo, come dice il Vangelo, che non è servo «ma viene progressivamente coinvolto alla conoscenza amorosa e commossa del Padre per volontà stessa del Padre. Gesù aggiunge che non noi abbiamo scelto lui ma lui ha scelto noi. Le cose principali della vita non ce le diamo da noi. Il dono è la fonte e la sorgente dell’amore e all’origine, ci dice Gesù, c’è la sua scelta».
E nella Giornata per le vocazioni Scola ha ribadito che «all’inizio della verità della mia persona c’è questo sguardo di amore di Gesù con cui Egli ci sceglie e inoltra nell’esperienza del volerci bene, noi che siamo così tentati, in questa società desiderosa di felicità ma molto confusa su come raggiungerla, di mettere ogni mattino sul proscenio della nostra vita il nostro io. L’altro entra in gioco solo se mi serve o quando mi scontro. No no. Io sono scelto da colui che mi ha amato per primo per portare a compimento il comandamento di amare l’altro come me stesso».
Quindi l’invito a compiere il passaggio «dall’esperienza amorosa dell’affezione a quello più decisivo del dare la propria vita per i propri amici e anche per i nemici. L’amore affettivo deve però uscire da sé e raggiungere veramente l’altro, deve volere il bene oggettivo dell’altro. E’ il grande tema della giornata odierna, della vita come vocazione, come risposta dell’amore a Gesù per cui tutti i rapporti devono avere questo carattere. E’ questo il senso delle comunità pastorale: percorrere tutte le strade dell’umano per documentare quanto sia bello, vero e buono vivere di Cristo come fratelli, portare la novità di vita che abbiamo incontrato come un dono».
Scola si poi rivolto direttamente ai brianzoli: «La Brianza ha una responsabilità molto grande nella diocesi ambrosiana perché tanto ha avuto dai nostri padri, ha una tradizione fortemente radicata in uno sguardo di fede ed esperienza di carità e amore intenso che ha saputo legare la famiglia e il lavoro costruendo un benessere forte di cui, nonostante la grave crisi, ancora gode e sono certo potrà ancora godere, quando, con il contributo di tutti, potremo uscire da questa fatica. Dovete sentire questa responsabilità che deve giungere fino al civile in una società plurale. Il cristiano non impone nulla, non è un militante di partito ma un testimone, è il terzo fra due e facilita l’incontro con Cristo».
Ma quale responsabilità?
«Percorrere tutte le vie, quella della povertà, delle fragilità, dei dolori, della cultura. Se non narriamo il nostro modo di concepire la vita, la morte, l’amore, l’educazione togliamo qualcosa di importante alla società, chiaramente in un confronto aperto».

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