Nella sessione del 29/30 novembre scorso la riflessione si è concentrata sul «nuovo umanesimo» al centro del prossimo Convegno ecclesiale e si è tradotta in alcune brevi conclusioni operative, che pubblichiamo

Consiglio pastorale diocesano

Nella XV sessione del Consiglio pastorale diocesano, svoltasi il 29/30 novembre scorso a Villa Sacro Cuore di Triuggio sotto la presidenza dell’Arcivescovo, cardinale Angelo Scola, la riflessione dell’organismo consultivo si è concentrata sul «nuovo umanesimo» al centro del prossimo Convegno ecclesiale di Firenze (novembre 2015) e si è tradotta in alcune brevi conclusioni operative, che pubblichiamo

 

Breve premessa

La lettera apostolica Evangelii Gaudium indica la via del “nuovo umanesimo” per l’urgenza di portare Cristo a tutti come chiesa in uscita (EG 49): “Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo… Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita”. Il Papa ci sospinge così nella direzione di ricerca di quelle forme pastorali che il Convegno di Firenze intenderebbe promuovere.

Si raccolgono a proposito dal Consiglio molte sollecitazioni che vengono offerte all’Arcivescovo e ai vicari dei diversi settori per un’ulteriore riflessione pastorale da tradurre in proposte da attuare a diversi livelli della vita diocesana.

Aspetti introduttivi

Il Consiglio desidera contribuire a sensibilizzare i tanti soggetti e livelli della pastorale diocesana sui temi del Convegno di Firenze.

Il cammino verso Firenze intende infatti essere di tutta la comunità cristiana e procedere con stile sinodale facendo passi in avanti e giungendo a nuove mete. Precisamente uno dei punti da superare nell’agire pastorale è quello che si esprime in strutture vuote, azioni frammentarie, riflessioni poco avvincenti e aperte al nuovo, percorsi che si svuotano nell’efficienza e nei ruoli, perdendo dal proprio centro la cura e l’attenzione alle persone e alle questioni dell’oggi.

La meta verso cui andare nell’agire pastorale intende essere quella che conduce all’aderenza alla vita quotidiana, alla richiesta di profondità e autenticità che sorge dalla stessa, al superamento della frammentarietà, alla capacità di mettere in gioco dinamiche positive di relazione e di interrelazione, alla disponibilità verso una ricerca culturale nuova. Tutto ciò può chiedere anche di prendere le distanze da strutture, da sintesi concettuali e abitudini che non sono più vitali.

Questa ricerca può essere incoraggiata e ricercata nel praticare le “operazioni” che il documento di Firenze suggerisce, esse sono state riprese con varie sfumature e indicazioni da parte dei consiglieri e potrebbero offrire spunti per attivare percorsi pastorali verso Firenze.

Riprendiamo le 5 operazioni con alcune sottolineature, faremo seguire una focalizzazione su un punto problematico per giungere poi a suggerire qualche gesto simbolico.

Le cinque operazioni per vivere e cogliere già un nuovo umanesimo in atto

Uscire

“Chiesa in uscita” non vuole essere uno slogan e necessita di una maggiore riflessione. Rischiamo, infatti, di essere inerti, la sfida è quella di aver il coraggio di essere liberi da concettualizzazioni e idee come se fosse già tutto scritto.

Va superata una distorsione cognitiva; rischiamo di avere un pensiero già vecchio, un po’ prigioniero di sintesi già acquisite. Prendere iniziative, festeggiare, coinvolgersi sono i verbi di movimento che papa Francesco indica, riscoprendo la dimensione teologica nell’ordinario.

Ciò può significare per esempio:

• accoglienza della quotidianità;
• capacità di vivere dentro la ferialità, senza preoccuparsi di erigere nuove strutture, e uscendo anche da strutture non più adeguate;
• capacità di relazionarsi ai luoghi laici come quelli dello sport, del vivere civile e sociale in relazione con nuovi soggetti…;
• uscire e andare casa per casa per incontrare le persone; uscire per andare verso il nuovo;
• uscire come capacità di andare incontro a Gesù nei fratelli, soprattutto incontrandolo nei poveri (EG 198).

Suggerimento pastorale. L’invito è: muoversi oltre lo spiazzamento, accompagnare con dinamismo, per esempio, la formazione degli adulti, soprattutto gli adulti dell’età di mezzo perché conseguano una fede capace di generare un nuovo umanesimo.

Occorre però ripensare un modello formativo di un gruppo di adulti e sottolineare l’idea del ricercare insieme, con coraggio, con apertura mentale

Annunciare

Esso significa innanzitutto essere consapevoli che la missione è dimensione ordinaria della vita cristiana e dunque coltivare delle attenzioni a diversi aspetti, per esempio:

• attenzione perché i cammini intercettino tutte le fasce d’età e non solo i ragazzi, con una particolare attenzione ai giovani che devono diventare protagonisti e non solo destinatari dell’annuncio;
• attenzione alla qualità della testimonianza, vero linguaggio che oggi fa giungere un annuncio credibile, soprattutto tra i giovani;
• attenzione allo stile dell’annuncio improntato al dialogo e anche all’amicizia;
• attenzione ai linguaggi dell’annuncio. Il nostro linguaggio rischia di essere incomprensibile, le parole della fede non sono più intese da una cultura multietnica e secolarizzata. Lo stile dell’annuncio non deve essere intellettualistico, ma capace di comunicare con affetto dentro una relazione che valorizzi le persone e le relazioni interpersonali.

Abitare

Questa operazione è stata analizzata da diversi punti di vista e sembra aprire a diverse sollecitazioni pastorali anche urgenti:

• abitare in modo nuovo i luoghi del lavoro oggi in grande difficoltà
• attivare forme nuove dell’abitare: esperienza  di “condominio solidale”, gestione nuova della risorsa “casa” anche in relazione alla problematicità della gestione delle case nelle città (vedi caso di Milano)
• abitare “stando presso” chi oggi è povero: carcerato, minore solo, donne in difficoltà…
• l’abitare simbolico come abitare i luoghi della cultura, del pensiero. Soprattutto avvertiamo un divario crescente tra il vissuto credente e le forme per raccontarlo che attingono a linguaggi passati e a volte incomprensibili o sconosciuti. Sorge la necessità di sapere raccontare la fede di sempre con i linguaggi dell’oggi, culturalmente adeguati.
• L’abitare quotidiano come famiglia tra famiglie stabilendo rapporti di prossimità molto semplice e ispirata dalla fede.  La famiglia come soggetto di evangelizzazione è veramente da valorizzare in questa direzione.
• L’abitare può essere l’occasione per trasfigurare, abitare per far lievitare nuove forme di vita buona.

Suggerimento pastorale: riproporre un’idea di qualche anno fa riguardo a famiglie che possano risiedere in canoniche oggi vuote e che con lo stile di famiglia siano segno della prossimità evangelica nel territorio.

Educare

La riflessione sull’educare si radica a livello remoto negli Orientamenti pastorali per il decennio “Educare alla vita buona del Vangelo” nei quali è indicata la priorità dell’emergenza educativa di questo nostro tempo.  A livello prossimo a noi la riflessione sull’educare è da cogliere nella forma o nella scelta della “Comunità educante” la quale ha evidenziato la positività di questi aspetti dell’educare. Esso

• avviene più efficacemente tramite un’azione integrata tra tante forze/soggetti che si mettono in gioco
• sollecita e promuove un’attenzione e un’azione intergenerazionale
• si avvale di una testimonianza comunitaria di adulti e giovani credenti, capace insieme di offrire un contesto di condivisione in un tempo culturalmente  molto secolarizzato.

La comunità educante è essa stessa sempre e di nuovo sollecitata a farsi educare e convertire dal Vangelo 

Come prospettiva pastorale è oggi in fieri, è solo all’inizio, ma pare essere una direzione da percorrere ancora con pazienza e con una crescente capacità di aprirsi propositivamente a soggetti educativi presenti nel tessuto sociale, civile, culturale del territorio (società sportive, associazioni di volontariato…).

Trasfigurare

Esso significa:

• Sostare negli spazi della preghiera, viverli, lasciandosi trasformare. In quest’ottica la liturgia domenicale è molto importante: raccoglie dalla dispersione, dalla frammentarietà e introduce al mistero.
• Saper accogliere le situazioni difficili e negative per poterle ricondurre alla vita: lasciarsi raggiungere dall’azione sacramentale che opera la trasfigurazione.
• Saper cogliere la vita buona del Vangelo nella sua bellezza e bontà (tov in ebraico). Ma tale bellezza è anche drammatica, in atto, incarnata nell’amore che giunge fino alla croce. La bellezza genera stupore e attrazione: il Vangelo deve presentarsi suscitando stupore, emanando “profumo buono”. La bellezza chiede di essere calata, vissuta, scoperta nell’ordinario. Le forme belle e buone chiedono di essere dentro nel quotidiano di cui svelare la profonda dignità.
• Sapere vivere bene la liturgia. Essa è luogo dove cogliamo la dimensione trasfigurante e trasfigurata dell’umano. E’ importante puntare sulla qualità del modo in cui si celebra.

Suggerimento pastorale:

– ideare per esempio un percorso di Quaresima che metta al centro il problema dei cristiani di Oriente e del loro martirio
– formulare una lettera pastorale sullo stile delle beatitudini.
– Invitare a vivere l’azione liturgica come luogo della nostra trasfigurazione
– verificare e rilanciare la buona qualità dei canti liturgici, attingendo anche alla grande tradizione della musica sacra

Uno dei nodi problematici più ricorrente

Oggi le nostre forme di grande dedizione e di carità coraggiosa non riescono o non sanno diventare cultura. Lo scarto tra carità e cultura, tra forme della dedizione visibili in tante esperienze e incapacità di farne un racconto e una riflessione più persuasiva e compiuta va più profondamente indagato. Siamo, infatti, in un contesto di work in progress, di transizione epocale, necessitiamo sia di esperienze che di riflessione per giungere a nuove sintesi culturali.

A fronte di tali aspetti ci chiediamo:

• Le istituzioni accademiche cattoliche (università, Facoltà teologica…) come potrebbero agire e interagire di più su questi temi?
• Come potremmo far interagire maggiormente azioni e riflessioni in modo da offrire un apporto all’umanesimo cristianamente ispirato e capace di dare un contributo alla vita del nostro tempo?
• Come attuare sinergie con il territorio sull’esempio di quanto in atto in preparazione ad Expo, cioè ci chiediamo come diffondiamo la ricchezza di riflessioni e di azioni che già ci sono?
• Oltre a un percorso di tipo culturale “alto” ci sono molti percorsi culturali che attraversano il vivere ordinario e la prassi quotidiana dove è importante tenere insieme l’agire e il pensare: carità e cultura . Ci chiediamo: come potrebbe contribuire a questi percorsi il progetto della formazione dei laici in elaborazione a Seveso?

Gesti simbolici

Potrebbero essere individuati anche gesti simbolici che dicano da che parte intendiamo camminare e spenderci in modo profetico come comunità ecclesiale. Alcuni gesti potrebbero essere in relazione al tema della casa e in relazione alla situazione di coloro che per motivi economici rimandano il matrimonio, economicamente troppo oneroso.

In sintesi

Il cammino verso Firenze e soprattutto in ricerca di un nuovo umanesimo ci impegna a sostare in un tempo che chiede il coraggio

• di sperimentare forme nuove in uno stile profondamente relazionale, che sorgano dal rimettere al centro in tantissimi modi le persone nelle loro situazioni più disparate;
• di compiere cammini di sequela che mettano in gioco in modo personale.

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