La diocesi ringrazia mons. Redaelli che il 14 ottobre farà il suo ingresso a Gorizia e dice: «Andrò a lavorare in un altro "cantiere"»

di Luisa BOVE

Redaelli_saluto della Diocesi

«Non poteva esserci miglior occasione» per ringraziare e salutare monsignor Carlo Redaelli, già Vicario generale della diocesi ambrosiana e arcivescovo eletto della diocesi di Gorizia. A dirlo, il cardinale Angelo Scola, durante l’omelia del Pontificale nella Solennità nella Natività di Maria. Lo attende una Chiesa impegnativa, quella di Aquileia, da cui sono nate «le Chiese slovene, croate, austriache, del Sud dell’Ungheria». Mons. Redaelli, che farà il suo ingresso il 14 ottobre, «assume una responsabilità di notevole rilievo», ha detto Scola, «in un frangente storico in cui forse cominciamo a comprendere (speriamo ben presto) che non vi sarà futuro politico per i nostri popoli se non a partire da una radicale rifondazione dell’Europa».

L’Arcivescovo ringrazia «don Carlo» che ha collaborato con lui «in modo sempre discreto, ma indefesso e rigoroso, ha servito la Chiesa Ambrosiana come presbitero, come studioso, come Vescovo ausiliare e Vicario generale. Io stesso, in questo mio primo anno di ministero, ho trovato in lui ben più che uno zelante collaboratore».

Un secondo augurio «di tutto cuore» lo ha pronunciato l’arcivescovo emerito, il cardinale Dionigi Tettamanzi, riconoscendo che quello di Vicario generale è un incarico «delicato, difficile, faticoso» e lo ha sapputo assolvere «con la chiarezza e la forza del Diritto canonico, ma anche con uno sguardo lungimirante sul futuro». Tettamanzi ha ricordato il giorno in cui ha consacrato vescovo mons. Redaelli, era il 5 giugno 2004, un gesto che ha espresso allora «una fecondità di grazia» e che «ora deve continuare e crescere nella sua nuova Chiesa».

«Andrò a lavorare in un altro cantiere», ha detto il futuro arcivescovo di Gorizia, «a me tocca andare a Est, a impegnarmi in un altro cantiere, raccogliendo il testimone da altre mani e collaborando con chi vive e opera secondo il Vangelo». Ma non può dimenticare il suo ultiumo colloquio con il cardinale Martini, il 30 giugno scorso (anche se «ho avuto la grazia di vederlo nel pomeriggio del 30 agosto, il giorno prima della morte») e soprattutto la domanda che l’Arcivescovo emerito gli ha rivolto: “Che cosa lasci di incompiuto?”. «Al momento sono restato perplesso davanti a questa richiesta, mi è sembrata una domanda un po’ strana e non ho avuto il coraggio di chiedergli spiegazioni, anche perché non volevo affaticarlo ulteriormente costringendolo a prolungare il colloquio».

Ma in questi giorni quella domanda gli è tornata alla mente e oggi, davanti a migliaia di ambrosiani raccolti in Duomo, ha voluto rispondervi. «Se c’è qualcosa di incompiuto per me», ha ammesso, «è di non aver contemplato abbastanza lo splendore della Chiesa, di questa Chiesa, aver lavorato per lei, ma non averne a sufficienza contemplato i volti delle persone, a volte gioiosi, a volte preoccupati, i sogni e i progetti dei ragazzi e dei giovani, le responsabilità degli adulti, le nostalgie degli anziani, la sofferenza degli ammalati, le necessità dei poveri, l’impegno fedele e generoso dei preti e dei diaconi, la testimonianza coraggiosa dei laici, i gesti di carità, i battiti dei cuori e soprattutto l’amore, che c’è e ci circonda, e alla fine è quello che conta, perchè Dio è amore».  

E come in ogni occasione di festa, non poteva mancare un regalo, segno di riconoscenza a mons. Redaelli, che al termine della celebrazione gli ha consegnato lo stesso arcivescovo Scola. Un dono che conferma «la poca fantasia» della Chiesa di Milano, ha scherzato monsignor Mario Delpini, nuovo Vicario generale e successore di monsignor Redaelli. Pensando alla destinazione, Gorizia, «là dove soffia il vento di Scandinavia e la bora, avremmo potuto regalare qualche pezzetto del cielo di Lombardia». Oppure, pensando che mons. Redaelli celebrerà in rito romano, si sarebbe potuto donargli «una riproduzione del Codice di Busto, punto di riferimento indispensabile per il nostro rito ambrosiano, perchè continui a ricordare le ricchezze della nostra tradizione». E, ancora, sapendo che a Gorizia esistono tre lingue ufficiali, si poteva regalare «qualche letteratura del dialetto milanese, perchè non dimentichi le sue origini e la sua presenza a Milano». E invece, alla fine, ha concluso mons. Delpini, «gli abbiamo regalato un ipad, per lavorare in ufficio e a casa, in treno e in piazza…». È un regalo che diventa un «imperativo» e come a dirgli: «Lavora, lavora, lavora». Un applauso scrosciante si è alzato dalle navate del Duomo, mentre il clima della solenne celebrazione, si scioglieva nel sorriso di migliaia di fedeli.

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