L’Arcivescovo nella Via Crucis all’interno del carcere di Opera, visitando i reparti, ha sottolineato che la pena non può essere fine a se stessa e che con il lavoro e lo studio è possibile un reinserimento nella società

di Annamaria BRACCINI

carcere opera

«Sono venuto qui per dirvi il bene che vi vogliamo come Chiesa e la dignità che vi riconosciamo. Per questo mi auguro che anche nel nostro Paese avanzi una cultura della società dove il carcere e la pena siano fonte di rieducazione e di reinserimento, perché in altro modo diventa solo un abbrutimento e una violenza dell’uomo sull’uomo che non serve né al singolo né alla comunità». E ancora, «nessuno può togliervi la libertà profonda, del cuore, che quando diventerà anche libertà fisica, potrà aprirvi a un futuro che è sempre possibile»

Lo dice il cardinale Scola che varca i cancelli del carcere di Opera la mattina del venerdì santo, per la Via Crucis che diviene anche una visita prolungata in diversi reparti del Penitenziario

Carcere grande, il maggiore delle 225 case di reclusione italiane, e difficile, classificato di massima sicurezza, nel quale sono reclusi molti detenuti “eccellenti” cui si applica il 41 bis, con una maggioranza in regime di ergastolo.

La visita inizia con l’incontro con il direttore Giacinto Siciliano che lo accoglie, e con gli agenti di Polizia Penitenziaria, 550 impegnati qui per circa 1300 detenuti. Racconta il Cardinale che ha compiuto, come vescovo, una quarantina di visite in carcere, a Grosseto, Roma, Venezia, e che «fuori da tanta demagogia, è un momento che mi scava sempre nel cuore, perché di fronte a gente tanto provata occorre mettersi in gioco in prima persona».

Il vostro lavoro è molto delicato, continua rivolto agli Agenti in una riflessione che ha il sapore della meditazione per il giorno della Passione del Signore. Il ricordo dell’Arcivescovo si fa personale e va a molti anni fa, quando «vidi – racconta – una persona moribonda, stesa per terra in una condizione ripugnate e da allora ogni Venerdì santo penso che quell’uomo, poi morto, era l’immagine del figlio di Dio».

Poi nel reparto “protetti” con molti degli ergastolani che partecipano alla preghiera nella Cappella: uno di loro gli dice “grazie” a nome di tutti «noi che oggi siamo i ‘discendenti dei condannati a morte’, noi che chiediamo perdono alle nostre vittime, noi che a Lei, Eminenza, chiediamo solo di essere ricordati».

L’Omelia è come una risposta: «Siamo uomini ed è ovvio che i nostri atti ci seguano. Voi ne siete consapevoli, mentre nel mondo di oggi pare che le parole peccato, colpa ed espiazione siano sparite dal vocabolario comune. Lavorate, studiate – il Cardinale farà giungere anche a Opera, come già a San Vittore, una somma di denaro per acquistare libri –, pensate che questo può prepararvi al futuro. Così questo tempo duro di prova non sarà l’ultima parola. Perché l’ultima parola è il rinascere del vostro io».

Un piccolo dono dei detenuti, il fondo di un violino artigianale in cui è stato posto un crocifisso, conclude questa preghiera intensa.

Infine l’infermeria e il reparto medico – una sessantina i posti letto –, là dove alla reclusione i unisce anche la sofferenza della malattia. Il Cardinale passa tra le celle, entra, si sofferma, ascolta e a tutti dice una parola di conforto. Scorrono due piani dell’edificio, il ringraziamento dell’Arcivescovo non è, lo si capisce, per nulla di routine e lo ribadisce più volte, anche con i due Cappellani, don Antonio Loi e don Francesco Palumbo.

«Anche alle più gravi delle nostre colpe c’è rimedio. L’espiazione e la consapevolezza di dover espiare è una “finestra” della misericordia di Dio, e questo ha molto da insegnare anche a noi. In questo senso, la pena deve essere ‘medicinale’ e qualche passo si è fatto nel nostro Paese. Mi pare che vi sia sensibilità diffusa e che la strada sia segnata, ma occorre fare ancora tanto, perché una pena fine a se stessa non è degna di una società civile ed evoluta come la nostra. Non si tratta – né i detenuti lo chiedono – di annullare le pene, ma dobbiamo dare qui e ora la possibilità di reinserimento attraverso lo studio, il lavoro, la solidarietà».

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