Redazione

Il 6 dicembre scorso, presso la basilica di S. Ambrogio, l’Arcivescovo si è rivolto alle autorità e ai cittadini in occasione del tradizionale discorso alla città. Nel suo intervento ha ricordato la chiusura del Concilio Vaticano II avvenuta 40 anni fa.

di Luisa Bove

Milano è una città impaurita, chiusa e dalla “rete spezzata”, ma non per questo deve rinunciare a reagire, a fare comunità (anche civile), a vivere le relazioni personali nel segno della “fraternità”, senza escludere nessuno. È questo in sintesi il messaggio lanciato dall’Arcivescovo nella vigilia di Sant’Ambrogio in occasione del tradizionale discorso alla città. «Milano è una metropoli complessa», ha ammesso l’abate monsignor Erminio De Scalzi all’inizio della celebrazione, «intenta a ridefinire se stessa», segnata dalla presenza di «tante persone provenienti da altri Paesi, che nella città hanno trovato un’occasione di lavoro e un rifugio da situazioni, a volte, invivibili».

Oltre a numerosi fedeli nella basilica si è raccolta idealmente tutta la città, ha detto De Scalzi, «rappresentata da chi la abita, la governa, l’ammaestra, la difende e la orienta a Dio». Ad ascoltare il cardinale Dionigi Tettamanzi c’erano il sindaco Gabriele Albertini, il presidente della Provincia di Milano Filippo Penati , l’assessore alla sicurezza Massimo Buscemi in rappresentanza della Regione (Formigoni era assente), l’ex prefetto Bruno Ferrante e il nuovo, Gian Valerio Lombardi, ma anche Carlo Sangalli della Camera di Commercio di Milano e Livia Pomodoro del Tribunale per i minorenni. E anche amministratori dell’hinterland, delle varie province della Diocesi e del mondo politico locale.

A rendere omaggio all’Arcivescovo c’erano coreani, copti cattolici, latinoamericani, africani e un gruppo di giovani migranti. I rappresentanti di diverse comunità regionali (bellunese, friulana, calabrese, umbra, abruzzese, sarda…) hanno sfilato sull’altare per un saluto personale al cardinal Tettamanzi. A chiudere la folcloristica processione, una coppia meneghina in costume tradizionale.

Per la coincidenza in questi giorni del 40° anniversario della chiusura del Concilio Vaticano II, durante la celebrazione e’ stato letto il Messaggio ai governanti pronunciato l’8 dicembre 1965. «Tocca a voi essere sulla terra i promotori dell’ordine e della pace tra gli uomini», scrivevano i padri conciliari, «la Chiesa vi offre con la nostra voce la sua amicizia, i suoi servizi le sue energie spirituali e morali».

Se da una parte Milano è una «città dai mille rapporti» , con «infinite occasioni di incontro e di comunicazione», ha detto il Cardinale, dall’altra «rischia di essere la città dalla rete spezzata, che non riesce a dare protezione». I cittadini vivono «la paura e l’insicurezza di sé e degli altri». Ciascuno, per difendersi, «si costruisce le proprie piccole reti» e così qualcuno resta fuori: «è il più povero dei poveri». Invece «ritessere relazioni vere» è il mondo per rendere la comunità «forte, coesa, amica, solidale, capace di accogliere tutti», e questo deve valere anche per le istituzioni, ha detto Tettamanzi.

Auspicando per gli uomini e le donne di oggi una «vera libertà», l’Arcivescovo ha ricordato alcune parole del santo Patrono: «Ti sembra forse libero chi compra i voti col denaro, chi cerca l’applauso del popolo più che il giudizio dei saggi? È dunque libero colui che è sensibile al favore popolare, colui che teme i rischi del volgo?». Espressioni forti che, anche a distanza di secoli, provocano e fanno pensare.

In un quadro a tinte fosche i problemi della gente sono quelli di sempre: casa, lavoro, pensione, solitudine degli anziani… Torna nelle parole del Cardinale anche il tema dell’immigrazione , da lui affrontato spesso in questi anni. «Perché ogni piccola comunità islamica», si è chiesto l’Arcivescovo, «deve essere per forza una cellula terroristica?». E ha aggiunto: occorre anche domandarsi come mai i musulmani non si fidano delle scuole italiane. In questo clima di diffidenza qualcosa deve cambiare. Tettamanzi suggerisce di «tornare alla pazienza e all’ascolto» e a rimboccarsi le maniche, perché «la città è di tutti», per questo «tutti abbiamo il dovere e il diritto di assumerci una responsabilità, magari semplice e quotidiana». A cominciare dalla partecipazione alla vita cittadina, compresa quella politica, che si esprime ad esempio nell’andare a votare «in occasione delle prossime elezioni».

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