Nella sua azione pastorale da Arcivescovo ha raccolto in pieno il “mandato” affidatogli da Giovanni Paolo II e a tutti ha rivolto il suo sorriso e il suo affetto

mons. Carlo R.M. REDAELLI
Vicario generale

Cardinale Dionigi Tettamanzi

«Infine, venerabile nostro Fratello, desideriamo ricordati con fraterno affetto queste parole di Sant’Ambrogio: “Insegna ai fedeli e istruiscili a fare ciò che è buono, perché ognuno si impegni sempre a compiere ciò che merita lode” (Lettera 36, 9)». Con queste parole si chiudeva la lettera con cui il Beato Papa Giovanni Paolo II nominava il cardinale Dionigi Tettamanzi Arcivescovo di Milano l’11 luglio 2002. Rilette a nove anni di distanza, viene spontaneo riconoscere che davvero il Cardinale Tettamanzi ci ha insegnato ciò che è buono e a fare ciò che è buono. E per questo lui stesso merita il nostro grazie e la nostra lode (oltre, e prima, quella del Signore).

Ma qual è il “buono” che l’Arcivescovo Tettamanzi ci ha indicato in questi anni? Occorre rispondere che ci ha presentato anzitutto Colui che è il Buono per eccellenza: Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. Il Padre, che è il Misericordioso, che si china con amore su «chi ha il cuore ferito», che «vede l’affanno e il dolore», che privilegia i diritti dei deboli e non dimentica, ma soccorre continuamente chi è povero, solo e disprezzato. Il Figlio, «l’unico, universale e necessario Salvatore», che ha dato la vita per noi e per il quale vale la pena dare la vita per compiere il suo mandato: «Mi sarete testimoni». Lo Spirito, al cui docile ascolto la Chiesa deve porsi in ogni momento, ma soprattutto nei periodi di transizione, esercitando la virtù della prudenza che diventa coraggio di scelte innovative nella fedeltà a una ricca tradizione, quale quella che caratterizza la Chiesa di Milano.

Ci ha poi proposto la bontà dell’amore che si incarna nella famiglia, chiamata «a comunicare la fede», ad «ascoltare la Parola di Dio», a «diventare anima del mondo» nonostante le difficoltà di oggi, nella consapevolezza che «l’amore di Dio è in mezzo a noi». Questo amore ha una capacità trasformante: ci rende «pietre vive» della Chiesa di Cristo, ci aiuta a diventare «santi per vocazione». Anche questo ci ha insegnato l’arcivescovo Tettamanzi, nella gioia di proporci l’esempio di San Carlo, di Santa Gianna Beretta Molla e dei diversi Beati che hanno arricchito la Chiesa di Milano negli anni del suo episcopato.

Ma la prima bontà che ci ha insegnato è quella che lui stesso ha praticato con la grazia del Signore. La bontà di un sorriso offerto letteralmente a tutti in ogni occasione, con una parola di incoraggiamento, un saluto di affetto, uno sguardo di comprensione. Una bontà che si è resa fattiva di fronte alle necessità di chi perdeva il lavoro sotto i colpi della crisi economica, attraverso il Fondo Famiglia Lavoro, cui ha contribuito con un suo impegno diretto e a cui l’intera Diocesi vuole ancora concorrere come segno di saluto e di ringraziamento verso il suo Arcivescovo. Il sorriso o almeno lo sguardo meno preoccupato di chi in questi mesi riceverà un aiuto concreto saranno il segno del nostro ringraziamento al cardinale Tettamanzi. Siamo certi che il suo grande predecessore Ambrogio e il Beato Giovanni Paolo II si uniscono sicuramente alla nostra lode vedendo che le parole di nove anni fa sono state realizzate con passione e impegno, ma sempre «nella gioia e nella pace», dal nostro amato Arcivescovo.

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