In un Duomo gremito, l’Arcivescovo ha ordinato otto nuovi diaconi permanenti a cui ha augurato di essere testimoni di una scelta libera e consapevole nell’andare incontro all’umano, a tutti e a tutto, con carità e generosità piena

di Annamaria BRACCINI

 Diaconi permanenti_2013

«Non risparmiatevi nell’adempiere, con gratitudine e gioia consapevole, i doveri del ministero che vi è affidato. Pregate incessantemente per la Chiesa e per il mondo, annunciate il Vangelo e operate la carità, marchio inconfondibile della verità della fede. Andate incontro all’umano, come chiede la proposta pastorale “Il campo è il mondo”. Siate sempre all’ascolto del tutto che si comunica nel frammento». È questo il compito e, insieme, l’augurio che il cardinale Scola rivolge agli otto nuovi diaconi permanenti ai quali in Duomo conferisce, per l’imposizione delle sue mani, l’Ordinazione.
La Cattedrale, gremita di ottomila fedeli, fa da corona a questa Celebrazione, che l’Arcivescovo ha voluto, nella Vigiliare della I Domenica dell’Avvento ambrosiano, significativamente disgiunta da quella delle Ordinazioni dei diaconi transeunti, ossia di coloro che diventeranno sacerdoti il prossimo giugno. Concelebrano molti sacerdoti delle parrocchie e comunità di provenienza dei diaconi, il Vicario generale, monsignor Delpini, monsignor Mascheroni, tutti i Vicari di Zona ed Episcopali, tra cui monsignor Luigi Stucchi, vicario per la Formazione permanente del Clero e don Giuseppe Como, rettore per la Formazione al Diaconato permanente, in Altare maggiore con il Capitolo metropolitano del Duomo.
Per gli otto candidati che gli sono davanti, di età compresa tra i trenta e i sessantadue anni, di cui sei coniugati, un vedovo e un celibe, il diaconato è permanente, è la mèta del loro cammino di consacrazione ministeriale, come in questi ultimi ventisei anni lo è stato per olte 130 altri diaconi permanenti. Un itinerario di maturazione nella fede, condiviso – il Cardinale lo sottolinea, esprimendo gratitudine e gioia commossa – con il “sì” delle mogli e dei figli, affiancando l’impegno diaconale al lavoro quotidiano, svolto in maggioranza nel mondo dell’industria e del Terzo settore, ma c’è anche chi è l’economo della nostra Diocesi, chi è agente di polizia locale, chi fa l’operaio.
A tutti, che hanno appena detto il loro ’Eccomi’, l’Arcivescovo rivolge il proprio pensiero, che si fa augurio sentito e affettuoso, richiamando come la vita di ogni uomo sia attraversata «anche in chi non conosce ancora il Signore, crede di avergli voltato le spalle, o lo ha dimenticato», dalla struggente invocazione di salvezza rivolta ad un Tu.
«Con l’Ordinazione sacramentale di oggi, siete messi al servizio di questa missione che invoca un tu», spiega ancora il Cardinale, in riferimento alle Letture che, nel tempo dell’attesa, nell’Avvento in senso proprio, evidenziano l’evento compiuto della salvezza, con la venuta e il ritorno del Signore attraverso descrizioni anche drammatiche. Parole dalle quali trarre il senso pieno della prova e dello sguardo fisso al Signore risorto, esposti come siamo, forse mai come oggi, al rischio evangelico della seduzione e dell’inganno della menzogna, della persecuzione dall’esterno – e qui il pensiero va al dramma di chi versa il sangue nel martirio – , della dimenticanza delle fede.
«La nostra libertà è provata e lo percepiremmo al cuore di ogni nostra azione, se fossimo davvero vigilanti», ma il Signore che ama per primo ci salva con la luce del suo “per sempre”.
«La vostra diaconia, senza questa luce senza questa prospettiva compiuta, non avrebbe senso, sarebbe poco più che generosa filantropia, compassionevole ma ultimamente impotente commozione di fronte al bisogno e al dolore dell’uomo: dovete, invece, andare, nella vostra vocazione, alla radice, al Cristo che viene soprattutto nelle prove che attraverserete nel vostro ministero, che non mancano mai per nessuno».
Da qui il profilo di una “vita piena”, tracciato dal Cardinale che pare quasi guardare a uno a uno, negli occhi, i neodiaconi, citando la preghiera di Madeleine Delbrêl: “pronti a un’abnegazione totale, capaci di accettare qualsiasi compito, liberi e sottomessi al tempo stesso, spontanei e tenaci, dolci e forti”.
«Un compito vertiginoso e affascinante, davanti al quale ci sarebbe da gettare la spugna prima ancora di iniziare, se fosse fondato solo sulle nostre forze, perché non siamo i migliori, non siamo superuomini, siamo solo poveri uomini». Un impegno da vivere collaborando in modo stretto, deciso e liberamente docile coll’Arcivescovo», andando con carità e senza risparmio di forze, incontro al mondo, al tutto che si manifesta nel frammento, perché «solo così si compie, nella pazienza perseverante, l’unità del nostro io incorporato a Cristo Gesù».. Quell’unità che, sola, conduce alla santità, cioè alla piena riuscita di sé. «Per questo mendicate sempre il dono di saper pensare ed amare come Cristo e di pensare ed amare Cristo attraverso tutti i rapporti e tutte le cose», conclude l’Arcivescovo, prima dei riti propri di questa Ordinazione, momento di fine e di inizio di un cammino insieme. E, allora, l’immagine, forse, più bella e simbolica è lo scambio della pace con il Cardinale portato, poi dai diaconi, ai piedi dell’altare maggiore, tra le panche, ai figli, alle mogli, in un abbraccio che è quello dell’intera Chiesa ambrosiana.

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