«Noi non siamo degni di compassione, ma di invidia», affermava l’Arcivescovo, per il quale era importante capire la mentalità moderna non al fine di marcare la distanza col mondo, ma per entrare in «dialogo» con quest’ultimo

di Federica MAVERI
Dottore di ricerca dell'Università Cattolica del Sacro Cuore

Durante il suo episcopato milanese, Giovanni Battista Montini considerò importante riflettere su come il mondo moderno considerasse le religiose. Notava che esse rappresentavano davanti «alla comune estimazione della gente quello che si chiama un fenomeno, qualcosa di strano, di singolare, si direbbe anche inconcepibile». Spiegava l’Arcivescovo che la vita religiosa era considerata come «un abdicare, quasi una inabilità a percorrere le stesse vie che ordinariamente la gioventù percorre»; e talvolta le suore erano reputate «sorpassate», se non addirittura «contrarie alla vita, allo sviluppo moderno». Opinioni, queste, emerse sulla stampa dell’epoca in occasione dell’uscita, in Italia nel 1960, del film La storia di una monaca. Interpretato da Audrey Hepburn, il film si ispirava a una storia vera: quella di una suora che, dopo anni di travagliata vita religiosa, vissuta come missionaria in Africa in qualità di infermiera al fianco di un medico, decideva di uscire dal proprio ordine perché la sua vocazione le appariva come il principale ostacolo alle proprie aspirazioni, che erano quelle di dedicarsi in piena libertà alla professione di infermiera.

L’Arcivescovo – per il quale era importante capire la mentalità moderna non al fine di marcare la distanza tra le religiose e il mondo, ma per entrare in «dialogo» con quest’ultimo – riteneva fondamentale mostrare che la scelta religiosa, ben lungi dal mortificare la personalità femminile, l’avrebbe al contrario realizzata e fatta fiorire. Le religiose non erano infatti «persone mancate», ma all’opposto donne «allegre e contente», pienamente compiute perché avevano scelto il «Bene che non smentisce le aspettative umane». Così diceva loro: «Voi avete indovinato, voi avete osato fare la scelta più audace, più ardua, più difficile, più alta, più impervia. E siccome quello è il Bene vero, e siccome fra Lui e la nostra anima esiste una proporzione prestabilita da Dio perché siamo creati per Lui, ebbene, noi siamo dei proporzionati a Dio e dalla nostra scelta deve scaturire la felicità».

Il primo modo di dare testimonianza agli uomini moderni, che erano «immensamente infelici» in quanto «non avevano Cristo», era per le religiose quello di mostrare la loro gioia: «Siate felici! Vivete in letizia e felicità: questa è la vostra vocazione». «Bisogna dar testimonianza al Signore con la nostra felicità – ribadiva Montini – bisogna testimoniare che il Signore, chiamandoci al Suo servizio, non ci ha fatto infelici […] E vorrei che il mondo che sta fuori vi invidiasse e dicesse: “Guarda, quelle lì che hanno lasciato tutto, come sono contente, quelle lì sì che sono felici, sono davvero anime privilegiate”».

Anche alle monache di clausura Montini ricordava che il loro monastero doveva avere «una funzione esemplare, una capacità di irradiazione»: cosicché «gli altri potessero avere la gioia di stupirsi guardando a questa casa», luogo di «pace» e di «felicità». La gioia non solo era «legittima» nella vita consacrata, ma era «conseguente», segno di una vita religiosa autentica. Infatti, quando l’Arcivescovo si rivolgeva alle suore, sempre si soffermava a descrivere tali sentimenti di pienezza e di gioia. Montini intendeva «lanciare» le donne consacrate verso una testimonianza che voleva capace innanzitutto di mostrare la convenienza umana del cristianesimo; convenienza che la radicalità della scelta religiosa rendeva ancora più evidente. Per questo soleva ripetere loro: «Noi non siamo degni di compassione, ma di invidia». 

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