Redazione

di Silvano Stracca

Giovanni Paolo II tra le macerie di Sarajevo e di Beirut, dinanzi ai forni crematori di Auschwitz e al monumento alle vittime di Hiroshima, nel Nicaragua sandinista e nel Cile di Pinochet, nella Cuba di Fidel Castro e nei Paesi dell’ex Unione Sovietica, al Muro del Pianto a Gerusalemme e alla Porta di Brandeburgo a Berlino, dove sino al 1989 un altro muro divideva in due il mondo.

Il Papa sul Sinai, nella moschea di Damasco, nel Sudan della dittatura islamista, nella Costantinopoli dello scisma d’Oriente, nella Germania di Lutero, nella Ginevra di Calvino, nel cuore dell’anglicanesimo a Canterbury, in Romania per la prima volta in terra ortodossa, nei Paesi scandinavi culla del movimento ecumenico contemporaneo, ad Atene epicentro dei sentimenti anti-romani. Un rapido flash-back su alcuni tra i momenti più significativi dei viaggi in ogni angolo del pianeta. Centoquattro in più di ventisei anni di pontificato.

Fin dalla sua elevazione alla cattedra di Pietro, Giovanni Paolo II lasciò subito intendere che il suo sarebbe stato un pontificato itinerante. «Ho scelto di viaggiare agli estremi confini della terra per manifestare la sollecitudine missionaria», scrive nell’enciclica Redemptoris missio. «Mi sento come San Paolo: costretto a viaggiare», confida nel 1980, riferendosi alle molte “critiche” mosse ai suoi viaggi nella stessa Chiesa. «Tutti i viaggi-pellegrinaggi del Papa – sottolinea – sono visite compiute alle singole Chiese locali e servono a dimostrare il posto che queste hanno nella dimensione universale della Chiesa».

Anche quando comincia a declinare il vigore fisico, e poi il male prende il sopravvento, il Papa rimane fermo nella sua decisione di continuare la propria missione presso i «santuari viventi del Popolo di Dio». «In questi incontri di anime – spiega – pur nell’immensità delle folle, si riconosce il carisma dell’odierno ministero di Pietro sulle vie del mondo». All’origine di questa concezione itinerante c’è il comando di Gesù a Pietro di andare ed evangelizzare tutti i popoli. Ma c’è anche l’esperienza del ministero sacerdotale ed episcopale del giovane Wojtyla, che sperimenta la fecondità dell’incontro diretto con le persone là dove vivono, soffrono, sperano.

E’ la fine di gennaio del 1979 quando il nuovo Papa attraversa per la prima volta l’Atlantico per inaugurare a Puebla, in Messico, la II conferenza dei vescovi di tutta l’America Latina. Nel giugno successivo il primo, entusiasmante, ritorno in patria. A settembre-ottobre si inginocchia sulle frontiere dell’odio tra le due Irlande e vola a New York per parlare all’Onu. In novembre il primo viaggio ecumenico a Istanbul, per incontrare il Patriarca di Costantinopoli. Un crescendo di mète intercontinentali.

Nel maggio del 1980 è la prima volta dell’Africa, dal Sahara alle foreste dello Zaire. Nel febbraio del 1981 tocca all’Asia, con l’appassionato appello rivolto da Manila per riprendere un dialogo con la Cina comunista. Nel maggio del 1984 è il turno dell’Oceania, da Papua-Nuova Guinea alle isole Salomone sperdute nel Pacifico.

Giovanni Paolo II non evita i “punti caldi”del pianeta. Nel giugno del 1982 va a fare opera di pacificazione in Gran Bretagna e Argentina, in guerra tra loro per le isole Falkland-Malvinas. L’anno seguente ritorna in Polonia per dare il suo sostegno a Solidarnosc, il sindacato libero messo fuori legge dal regime comunista. A più riprese visita diversi Paesi dell’America centrale e meridionale sotto sanguinarie dittature militari per chiedere maggior rispetto per i diritti umani. Va ad annunciare il Vangelo tra i poveri indios e campesinos del Sudamerica, nel Canada opulento, nella miseria dell’India, nei Paesi della fame del Sahel. Nel Sudafrica dell’apartheid e nel nuovo Sudafrica di Nelson Mandela. Tra le macerie della guerra in Angola e Mozambico. E tra le rovine del comunismo a Praga, Tirana, Budapest, Vilnius, Riga, Tallinn, Bratislava, Zagabria, Sofia…

Non esita a intraprendere un complesso viaggio in Ucraina, dove sono ancora aperte le ferite tra i cristiani per le vessazioni inferte durante il regime marxista dalla Chiesa ortodossa ai greco-cattolici fedeli a Roma. Altri viaggi “difficili” hanno per mèta terre d’antica cristianità, ma percorse dopo il Concilio da venti “anti-romani” tra i cattolici più inquieti: Olanda, Germania, Stati Uniti, Austria, Francia, Svizzera, ecc.

I viaggi portano spesso il capo della Chiesa cattolica tra popolazioni a maggioranza non cristiana: hindu, buddhisti, animisti e soprattutto musulmani. Dalla Turchia al Marocco (dove a Casablanca parla a 80 mila giovani), dalla Tunisia all’Indonesia, dal Sudan che perseguita i cristiani al Kazakhstan, dove arriva dieci giorni dopo gli attentati di Al Qaeda dell’11 settembre, per gridare di fronte al mondo che «l’odio, il fanatismo e il terrorismo profanano il nome di Dio».

In tutto questo viaggiare, un grande rimpianto: le frontiere rimaste chiuse dinanzi ai suoi passi: in Cina, per motivi politici; e in Russia, nonostante gli inviti di Gorbaciov e Putin, per il niet della Chiesa ortodossa.

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