La liturgia nella solennità di Ognissanti è illuminata dalle Beatitudini. «Cuore del Vangelo di Gesù, qui è delineata la “regola” di vita per il credente», sottolinea l’arciprete del Duomo monsignor Luigi Manganini, che invita a riflettere sul senso della festa

Duomo

Nel calendario liturgico, il mese di novembre si apre con la solennità di tutti i santi. Giovedì 1, l’Arcivescovo presiederà alle 11 il Pontificale (preceduto dalle Lodi alle 10.30) nel Duomo di Milano. In Cattedrale sono in programma altre celebrazioni eucaristiche alle 7, 8, 9.30, 12.30 e 17.30. Inoltre alle 16 Vespri e aspersione delle tombe.

Ma come vivere la solennità di tutti i santi in questo Anno della fede? Come «un invito per ciascuno a riconoscersi figlio amato dal Padre, guardando alla dimensione ultima e definitiva della vita cristiana», risponde l’arciprete del Duomo, monsignor Luigi Manganini. «“Beati i puri di cuore perché vedranno Dio” (Vangelo della solennità: Matteo 5,8) – continua -: è la promessa del Signore che illumina la liturgia. Proprio nelle Beatitudini, cuore del Vangelo di Gesù, è delineata la “regola” di vita per il credente, soprattutto in questo Anno della Fede in cui, accogliendo l’invito del cardinale arcivescovo Angelo Scola, siamo chiamati a “concentrarsi sull’essenziale: sul nostro rapporto con Gesù, che consente l’accesso alla Comunione trinitaria, rende partecipi della Vita divina e, per questo, ci spalanca a ogni nostro fratello uomo mentre ci fa consapevoli della presente travagliata fase di storia che stiamo attraversando”. La santità non si offre come una conquista personale, ma è il frutto dell’opera di Dio in noi: “È un dono – come ci ricorda ancora il nostro Arcivescovo -, che […] incomincia con la grazia del Battesimo, destinata a fiorire e dare frutti abbondanti”. È questa la misura alta del vivere cristiano, la vocazione di ciascuno a camminare sulla stessa strada indicata del Signore».

E come guardare all’esempio dei santi, che onoriamo in questa solennità, soprattutto di quanti sono a noi più vicini nella memoria e nel tempo o sono figli della nostra Chiesa ambrosiana? «Continuando a vivere con generosa passione e grande responsabilità la nostra presenza nel mondo e nella storia – sottolinea l’Arciprete del Duomo -, animati dall’esempio di coloro che ci sono stati dati come “amici e modelli di vita” (prefazio della solennità), tra i quali appunto i santi a noi più vicini, testimoni dei doni dello Spirito e autentiche presenze di “fede” e di “umanità”. Solo per ricordarne alcuni: i beati pontefici Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, Sant’Ambrogio e San Carlo, Santa Gianna Beretta Molla, i beati arcivescovi Andrea Carlo Ferrari e Alfredo Ildefonso Schuster, di questi ultimi anni monsignor Luigi Biraghi, don Luigi Monza, don Carlo Gnocchi, don Serafino Morazzone, padre Clemente Vismara e suor Enrichetta Alfieri. “I cristiani – scrive l’anonimo autore della Lettera a Diogneto, un gioiello della letteratura cristiana antica (sec. II) – vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri… Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo».

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