Redazione

Pubblichiamo l’esperienza di Benedetta, una volontaria reduce da un “Cantiere della solidarietà” in Albania. Altre storie simili si possono leggere sul sito della Caritas Ambrosiana.

Quando ho saputo che il mio sogno di partire per l’Ucraina sfumava per lasciare il posto all’Albania, devo ammettere di aver perso gran parte del mio entusiasmo, lasciandomi trasportare da tutti quei pregiudizi che mostrano un Paese di miseria, violenza e malavita. Mi è bastato un giorno “di assestamento” per capire che se il Signore aveva deciso per me questa strada, è perchè lì c’era bisogno di me….

Ho trovato difficoltà nel trasmettere questo mio desiderio agli altri: la preoccupazione, forse inevitabile, dei miei genitori; lo stupore, quasi lo sdegno, dei colleghi d’ufficio ai quali appari come “un alieno”, l’incomprensione dei datori di lavoro che non accettano l’idea che chi vuole far carriera possa, al tempo stesso, dedicare il proprio tempo libero agli altri. E più mi davano contro, più capivo che la strada era quella giusta.

Sono partita con altri sette giovani in un afoso mattino di fine luglio. Arrivati a Bari dopo otto piacevoli ore trascorse a conoscerci, siamo stati improvvisamente catapultati in una realtà vista solo al telegiornale. Quattro ore di coda al porto in attesa dell’imbarco, sette italiani tra centinaia di albanesi, tra cui molti anziani e bambini, che tornavano in patria per le vacanze. Visi sfiniti seppur consapevoli che il viaggio era solo all’inizio, loro sapevano cosa ancora ci aspettava, noi no.

La partenza era prevista per le 23… alle 2, ancora in coda, ho visto uno sciame di uomini sfondare le barriere, ho visto persone cadere e venire travolte, bambini passati sopra le teste come valigie. Ogni minimo controllo di sicurezza, a questo punto, era impossibile. Siamo saliti per ultimi, maltrattati come tutti gli altri. Abbiamo provato sulla nostra pelle cosa significa essere un albanese in Italia.

Sul traghetto persone ovunque, ammassate una sull’altra per sentire meno il vento tagliente di una notte in mare aperto. Ho chiuso gli occhi per non vedere… Arrivati al porto di Durazzo, vedi immagini che, anche se frequentemente trasmesse in televisione, non sei pronto a vedere direttamente.

Miseria, miseria, miseria. Uomini senza gambe parcheggiati tra una macchina e l’altra; bambini coperti da polvere e qualche straccio che portano in braccio ciò che può sembrare una bambola, poi ti accorgi che si muove e che quell’esserino è vita… Per qualche secondo ho pensato di non farcela…ma non ci si può arrendere di fronte alla sofferenza.

Dopo due ore di viaggio su una strada sterrata, dove chi rischia ha la meglio, siamo giunti a Velipoja, una località marittima nel nord dell’Albania, presso il campeggio estivo ideato ed organizzato da Silvana Vignali, un’assistente sociale grossetana che, andata in pensione, ha deciso di dedicare il suo tempo ai ragazzi soli e disabili, destinati ad orfanotrofi-manicomi simili più a lager che a centri di recupero. È nata così l’Associazione “Progetto Speranza”, con la creazione di case famiglia che ospitano ragazzi disabili, con problemi psichici, orfani o con problemi familiari.

Al campo eravamo in tutto un centinaio, tra ospiti, educatori e volontari. Di questi ultimi: italiani, spagnoli e molti albanesi. Mi era stato detto che i ragazzi albanesi non avevano voglia di lavorare, che vedevano l’handicap come uno scarto della società… Altra prova che ci basiamo troppo sul sentito dire.

Io dormivo in una tenda della protezione civile con altre tre volontarie (due albanesi e una spagnola, quindi c’era anche il problema della comunicazione tra di noi) e cinque ospiti. Ogni volontario doveva prendersi cura tutto il giorno (24 ore su 24) di uno o più ragazzi a seconda della gravità. Io e Marta, la spagnola, ci siamo trovate con Marcida. Dico ci siamo trovate perchè non ricordo nessuno che ce l’abbia affidata; è stata, credo, una cosa di pelle…

Marcida ha 16-17 anni ed un corpo da bambina. Marcida che non parla, ma che ride quando faccio i versi per farla giocare. Marcida che per una malformazione all’anca non può stare seduta. Marcida che fatica a camminare e alza le braccia al mio collo. Marcida che mangia la sabbia. Marcida da imboccare in due. Marcida e il cibo sputato sui miei pantaloni. Marcida e i pannolini da cambiare. Marcida e le ciocche dei miei capelli tra le sue mani. Marcida e i graffi sulla mia pelle. Marcida e due occhi sgranati su un mondo suo. Marcida che l’ultima sera fa i versi per farmi giocare…gli stessi miei.

Ho trascorso al campo 12 giorni. Giorni duri, difficili, snervanti, giorni di prove, giorni di amore dato, ma soprattutto di amore ricevuto, giorni di speranza. Nel mare di Velipoja ho gettato la mia fragilità, le mie insicurezze, le mie insoddisfazioni. Mi sono bagnata di un’acqua nuova. Non è stata una vacanza, non è un’esperienza che si può nascondere nel proprio scrigno dei ricordi. Èuna ricchezza che mi rimarrà dentro sempre, che mi accompagna in tutto ciò che faccio, che mi fa dare il giusto valore alle cose, che mi fa vedere il mondo con occhi diversi… gli occhi di Marcida.

Benedetta

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