Maurizio Ambrosini riflette sulle potenzialità che le seconde e terze generazioni degli immigrati rappresentano per la società milanese

di Pino NARDI

Ambrosini

«I casi di giovani immigrati di successo sono emblematici della ricchezza che la presenza di persone di origine diversa – che fanno esperienze faticose, di rielaborazione del dato culturale e ancestrale, insieme a quello del contesto in cui vengono a vivere – sono portatori di nuove opportunità». Maurizio Ambrosini, docente di sociologia dei processi migratori all’Università degli studi di Milano, riflette sulle potenzialità che le seconde e terze generazioni degli immigrati rappresentano per la società milanese.

Parlando ai giovani immigrati il cardinale Scola ha detto che sono «il volto della nuova Milano, i nuovi italiani». È dunque un fenomeno acquisito?

«Bisogna intendersi. Dal punto di vista soggettivo dei ragazzi, è senz’altro vero: soprattutto chi si è formato qui, ha fatto anni di scuola, ha socializzato nel nostro ambiente, si sente prevalentemente italiano o tutt’al più presenta un’identità col trattino, cioè albano-italiano, marocco-italiano, egiziano-italiano, eccetera. Quindi l’italianità è certamente molto presente nello spazio esistenziale di questi ragazzi. In una ricerca sui giovani di origine marocchina che tornano in Marocco per le vacanze è emerso che “fanno gli italiani”, mostrano di conoscere il nostro calcio, la musica leggera, le auto, insomma esibiscono la loro italianità».

E dal punto di vista politico e sociale?

«Per certi aspetti della nostra società, questa italianità è discussa, è messa in forse, incontra molte resistenze. Purtroppo anche la presenza di ragazzi che non hanno nessuna colpa diventa una bandiera da alzare per definire il campo della propria simbologia politica. Questa forte risonanza dell’immigrazione, in un tempo in cui le ideologie tradizionali sono molto annacquate, la rende una questione difficile da affrontare, in modo razionale, pacato, pragmatico. I ragazzi di origine emigrata sono ostaggi di questa politicizzazione. Credo che non ci siano grandi motivi razionali, interessi della società ricevente per tenerli ai margini dell’italianità effettiva, ma c’è una questione prettamente simbolica e quindi ideologica».

Al contrario non esiste il rischio per questa seconda generazione di perdere il legame con la cultura originaria, quella dei genitori?

«Senz’altro sì. Le identità sono sempre negoziate nell’interazione con l’ambiente, sono ridefinite a seconda dei momenti, degli ambiti, delle esperienze di vita, quindi è molto probabile che ragazzi che vogliono farsi accettare dai coetanei, in un ambiente non propriamente favorevole, tendano a mettere tra parentesi la loro origine familiare. Abbiamo casi di  bambini nelle scuole, che quando si chiede loro di raccontare una fiaba o parlare di un cibo del proprio Paese, non amano essere identificati come marocchini, albanesi o altro. Però l’identità può tornare fuori in altri momenti della vita».

Quando?

«Per esempio nel matrimonio. Nella seconda generazione è alto il tasso di matrimoni coetnici, con persone provenienti dallo stesso Paese d’origine dai genitori, generando forme di immigrazione secondaria, appunto per matrimonio. Oppure può venir fuori in momenti importanti della vita come la nascita di un figlio, quando si tratta di decidere il nome, se dargli un’educazione religiosa, se battezzarlo o meno. Quindi il tema dell’identità è importante, ma va visto in questa maniera fluida, negoziata e interattiva».

L’Arcivescovo ha anche invitato a comprendere le difficoltà degli italiani nell’accoglienza e integrazione…

«L’integrazione è un processo biunivoco, interattivo. Non sono solo gli italiani che devono accettare gli immigrati con le loro tradizioni culturali, le loro istanze di riconoscimento legittime, ma sono anche gli immigrati che devono capire il contesto in cui si inseriscono e conoscere e accettare le regole della società in cui vengono a vivere. Quindi, questo richiamo va al di là di un rapporto di buon vicinato e chiama in causa temi come l’inserimento consapevole e giudizioso in una società che ha presupposti culturali, norme, tradizioni e consuetudini che possono in parte essere diversi da quelli del contesto di provenienza».

Scola dice: voi siete il futuro della città, se già da ora vi impegnate. Come possono esprimere al meglio la loro potenzialità?

«I figli dell’immigrazione sono portatori di nuove sintesi culturali, di esperienze miste, meticce, ibride. Si traduce con risultati di eccellenza in campi come lo sport, il cinema, la musica, l’ambito artistico. Avere giovani che hanno conoscenze, competenze linguistiche e radici in altri Paesi è una risorsa per il commercio internazionale. È importante accompagnarli perché il loro incontro con la scuola possa essere di successo, che sprigioni le loro potenzialità. Infine, c’è il grande nodo della cittadinanza che significa anche l’accesso all’impiego pubblico».

Ti potrebbero interessare anche:

Questo sito fa uso dei cookie soltanto per facilitare la navigazione Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi