Non è facile scoprirlo, “nascosto” com’è in mezzo al bene. E come fare in modo che la Speranza non si spenga dentro il nostro cuore?

di Andrea GRIMOLDI e Gloria BERNASCONI
Responsabili diocesani Giovani AC

Meditando la parabola del buon seme che l’Arcivescovo ha scelto come icona per la lettera pastorale «Il campo è il mondo», non vogliamo sottrarci alla considerazione della presenza della zizzania, il male, il peccato che ci interpella. Non possiamo negare quanto le esperienze di sofferenza facciano sorgere molte domande, non solo in chi crede. Il male può mettere in crisi la fede perché, inserendosi dentro uno sfondo implicito di bene (il campo ricco di buon seme), contrasta con l’apprezzamento positivo della vita e con il volto buono di Dio. Allora ci si domanda: perché il male? Qual è la sua origine? Quale senso ha?

Il pensiero di Bonhoeffer ci offre un cambio di prospettiva significativo e non semplice. Egli afferma infatti: «Non dobbiamo attribuire a Dio il ruolo di tappabuchi nei confronti dell’incompletezza delle nostre conoscenze. Dobbiamo trovare Dio in ciò che conosciamo; Dio vuole esser colto da noi non nelle questioni irrisolte, ma in quelle risolte. […] Deve essere riconosciuto al centro della vita; nella vita, e non solamente nel morire; nella salute e nella forza, e non solamente nella sofferenza; nell’agire, e non solamente nel peccato». Non è facile, però, assumere questo punto di vista: vorremmo capire come mantenere lucido lo sguardo e come lasciarsi interrogare in modo serio senza cadere in semplificazioni.

Chiederemo consiglio a suor Maria Gloria Riva per trovare un buon modo di «attrezzarci» quando si cammina nel buio, nell’esperienza di dolore, ma anche di incertezza sul futuro, di non-fiducia in sé, negli altri, nel mondo, in Dio. Ci domanderemo come fare in modo che la Speranza non si spenga dentro il nostro cuore.

Quando sento parlare di zizzania ricordo un incontro di catechismo, quando ero in terza elementare. Nessuno aveva idea di cosa fosse la zizzania e la suora, che era la nostra catechista, ne portò un po’ per mostrarcela. A occhi poco esperti come i nostri non sembrava ci fosse troppa differenza tra la zizzania e le spighe di grano. Forse anche per noi oggi, uscendo dalla metafora, non è sempre facile individuare il male che si confonde tra le tante cose belle e buone che riempiono le nostre giornate. Nella varietà delle proposte che ci vengono rivolte non sempre è facile scegliere: il male non è così evidente, si nasconde.

Ci interessa interrogarci insieme su quali passi fare per decidersi per qualcuno-qualcosa, per scegliere una strada quando la paura di sbagliare ci paralizza. Inoltre il tema della zizzania richiama il tema della responsabilità, del mettere radici, temi emersi anche nel cammino diocesano degli spinners dello scorso anno.

Hannah Arendt scriveva: «Per gli esseri umani pensare a cose passate significa muoversi nella dimensione della profondità, mettere radici e acquisire stabilità, in modo tale da non essere travolti da quanto accade […]. Il peggior male non è dunque il male radicale, ma è il male senza radici». Vorremmo comprendere come possiamo non essere travolti dagli eventi e, al tempo stesso, come fuggire il rischio di chiudersi su di sé, specialmente se non si percepisce la stabilità di legami che tengono anche nei momenti meno felici.

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