Quello di Tettamanzi era il volto della Chiesa che piace, che sta dalla parte degli “ultimi”

di Antonio SCIORTINO
Già direttore di «Famiglia Cristiana»

Dionigi Tettamanzi

Quando, in un’intervista a Famiglia Cristiana, chiedemmo al cardinale Dionigi Tettamanzi di tracciare un bilancio dei suoi anni di ministero pastorale a Milano, dapprima si schermì, dicendo che non spettava a lui un compito simile. Poi invocò per sé e per tutti quelli affidati al suo ministero di vescovo una «fede vera e autentica». «Chiedo – disse – che tutti si ispirino sempre al Vangelo e alla sua novità creatrice di vero, di bello, di giusto e di buono. E non cedano all’opinione comune succube dell’egoismo, del consumismo, dell’individualismo, del potere, di una libertà falsa e prepotente».

È questa una sintesi delle ragioni che, in redazione, ci portarono ad assegnare al Cardinale il titolo di “Italiano dell’anno” per il 2011. Era il volto della Chiesa che piace, gradito alla gente: credenti e non credenti. Quella Chiesa non paludata, che si caratterizza per il “grembiule”, a servizio dei poveri. Vicina all’umanità dolente, a chi ha il “cuore ferito”, a chi è messo ai margini della società, a chi non ha voce per rivendicare i propri diritti, a chi ha perso il lavoro, a chi non riesce a trovare occupazione. E a chi non ha nemmeno il pane per sfamare se stesso e la propria famiglia.

Era il volto della Chiesa che sta dalla parte degli “ultimi”, sull’esempio di San Carlo, che si spese per annunciare il Vangelo «donando tutto di sé» e organizzando la carità. Come fece Tettamanzi, soprattutto in anni di sofferenza per le famiglie colpite dalla crisi, mettendo in vendita presepi e icone ricevuti in dono, per devolvere il ricavato al Fondo diocesano. Iniziativa da lui istituita per dare concretezza al comandamento dell’amore al prossimo. E per richiamare l’attenzione delle istituzioni su vecchie e nuove povertà.

Una scossa morale per una società sempre più egoista. E un impegno solidale anche verso immigrati e rom, fondato sul Vangelo e la fedeltà a esso, per risvegliare le stesse comunità ecclesiali, assopite nel sonno della indifferenza. «Il richiamo necessario alla legalità e alla sicurezza non basta – ammoniva il Cardinale -. Occorre riconoscere e rispettare la dignità di ciascuna persona, specie se piccola. Senza rispetto per i diritti umani elementari non ci può essere bene comune. Le famiglie dei migranti, oggi, sono oggetto di proposte dal sapore nascostamente discriminatorie, fatte passare come forma di saggezza culturale e di necessità politica». E concluse con parole pesanti: «A Milano ci sono occhi chiusi e cuori incapaci di aprirsi». Nonostante la città fosse nota per il tradizionale “solidarismo ambrosiano”.

La fedeltà al Vangelo, soprattutto quando è scomoda e controcorrente, impone un prezzo da pagare. Aver rivendicato il diritto universale alla preghiera per i musulmani espose il Cardinale a pesanti insulti, incomprensioni e tentativi di isolamento. Negare la preghiera e un luogo dove praticare la propria religione – ricordava Tettamanzi – «è uno dei più gravi attentati alla vita e alla pace sul nostro pianeta». Perché la libertà religiosa è a fondamento di tanti altri diritti.

È una Chiesa non disincarnata, quella interpretata da Tettamanzi. Al passo con i tempi e con la storia. Una Chiesa profetica e poco diplomatica. Soprattutto nei richiami alla città e agli amministratori, perché siano a servizio del “bene comune”. E abbiano particolare attenzione alle famiglie in difficoltà e ai giovani vittime di un grave disagio sociale. Ai cattolici impegnati in politica ha chiesto, senza balbettii, comportamenti coerenti col Vangelo. Sia nella vita privata, sia nell’amministrazione della “cosa pubblica”.

Tettamanzi ha testimoniato una Chiesa povera, che sa spogliarsi dei propri beni per i poveri. Una Chiesa sobria in tutto e con tutti. Soprattutto con i potenti. E nello spirito profetico del Concilio Vaticano II.

 

 

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