Nella Basilica di Sant’Ambrogio alle 16.30 l’Arcivescovo presiede una liturgia di ringraziamento nell’anniversario di costituzione della Comunità, da mezzo secolo al fianco di bambini e anziani, senza dimora e profughi. Il referente milanese Ulderico Maggi: «Si tratta di capire come questa storia diventa possibilità di prospettive per il futuro»

di Luisa BOVE

50 anni Sant'Egidio
Il logo dei 50 anni. Nella gallery, immagini del Memoriale della Shoah, dove la Comunità ha ospitato i profughi nel 2015, 2016 e 2017, coinvolgendo nell'assistenza circa mille volontari

Compie mezzo secolo la Comunità di Sant’Egidio, fondata a Roma da Andrea Riccardi e da alcuni amici. A Milano si festeggia sabato 5 maggio, con una Messa alle 16.30 nella Basilica di Sant’Ambrogio, presieduta dall’arcivescovo Mario Delpini. «Sarà una liturgia di ringraziamento per i tanti doni ricevuti, da capire e da interpretare per il futuro», spiega Ulderico Maggi, referente a Milano della Comunità che nel tempo ha camminato accanto a bambini, anziani, senzatetto, stranieri.

Cosa sono per voi 50 anni di attività?
Un patrimonio di tutti, non solo di chi ha vissuto le singole esperienze, ma di chi ha aiutato o beneficiato. Ora si tratta di capire come questa storia diventa possibilità di prospettive e profezie per il futuro. Ci sono immagini che costellano il 50°: per esempio la scelta di consegnare le palme ai passanti nelle strade, nelle piazze, nelle stazioni della città, per essere in mezzo, non soltanto nei luoghi di sofferenza ed emarginazione nelle diverse parti del mondo. Siamo una comunità sempre più estroflessa, sbilanciata, con la consapevolezza di aver ricevuto davvero tanto; convinti che la ricchezza sta nella gioia dell’incontro e nel dare gratuitamente.

Come è cambiato il volto dei poveri a Milano?
È la domanda di ogni giorno. Di recente papa Francesco ci ha detto: «Voi avete la capacità di prendere la palla da dove arriva». È un’espressione molto simpatica e profonda, in cui ci riconosciamo, perché è una scelta della Comunità quella di uscire dagli schemi e di leggere le domande di aiuto. Dobbiamo lasciarci sorprendere dalle domande. Per esempio cinque anni fa, una sera d’autunno, abbiamo visto le prime famiglie siriane con bambini sui gradini dell’atrio della Stazione Centrale e abbiamo “sentito” che dovevamo fermarci. A Milano non avevamo mai lavorato in modo sistematico con i profughi, ma le nostre forze sono andate anche in quella direzione.

Altri esempi?
All’inizio della crisi economica alla Stazione Garibaldi, oltre al gruppo storico dei senza fissa dimora che aiutavamo, nel giro di poche settimane abbiamo incontrato un centinaio di cinesi che non parlavano italiano. L’immagine è quella del Samaritano: il Vangelo ci insegna e ci fa crescere nell’incontro col povero di fronte a una domanda imprevista che va capita. Fin dall’inizio abbiamo raccolto la domanda degli anziani e alla fine degli anni Ottanta quella degli immigrati. Erano gli anni delle morti per Aids e per droga, un problema enorme e molto diverso da oggi. I primi aiuti a Milano però sono andati ai bambini dei quartieri popolari, mentre Riccardi e altri nei primi tempi incontravano a Roma i poveri delle baraccopoli, gli immigrati dal sud Italia.

Ma qual è il “metodo” Sant’Egidio?
Capire la realtà a partire da un incontro personale. Non ci limitiamo a osservare i dati sociologici di un fenomeno, ma guardiamo all’aspetto personale. Il Vangelo del Samaritano è una guida: non c’è un’analisi della povertà, ma un uomo mezzo morto sulla strada e la scelta personale e di comunità di fermarsi o meno. Pensare al servizio alle persone di strada mi rimanda a Modesta Valenti, una donna che 30 anni fa moriva alla Stazione Termini perché era sporca e i soccorritori non si sono fermati. E poi Filomena, un’anziana di Trastevere che negli anni Settanta lasciava i suoi documenti nella portineria di Sant’Egidio, poi è stata accolta in un istituto dove le hanno tagliato le trecce, ne ha sofferto ed è morta.

Avete i numeri degli assistiti nel corso degli anni?
Non ne abbiamo. Però posso dire che negli anni della crisi (2011, 2012…) c’è stato un aumento esponenziale di persone che hanno iniziato ad aiutarci. Per la distribuzione del pranzo di Natale siamo passati da un centinaio di persone a 500 volontari, arrivati con domande profonde e personali che andavano ascoltate, lette e a cui occorreva dare risposte. Non diciamo mai che non c’è più posto per aiutare, perché chiunque può dare una mano, dire una parola, rendersi conto chi sono i poveri… Se la crisi ha portato tanti problemi al nostro Paese, forse però ha fatto anche riflettere.

Per voi anche la preghiera è importante…
Sì. I luoghi di preghiera della comunità diventano santuari, punti di riferimento in città. Nella nostra chiesa di San Bernardino il secondo martedì del mese alle 20 preghiamo per i malati, mentre il quarto è dedicato alla pace, per cui ricordiamo tutti i Paesi in guerra. Non è solo la Comunità che si raduna per la preghiera, ma la chiesa è a disposizione della città, di tanta gente disorientata di fronte alla malattia grave o al fine vita. A volte si coglie nelle persone un senso di colpa, una solitudine, un falso pudore, il desiderio di non disturbare… invece noi pensiamo che la prima medicina per un malato sia la compagnia, la vicinanza, l’amicizia. La stessa preghiera si fa relazione, raccogliamo i nomi e citiamo tutte le persone malate. San Bernardino per noi è un santuario nella città che andrebbe conosciuto sempre di più, perché ci accorgiamo che tanti malati e familiari vivono un isolamento progressivo e profondo.

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