Il centenario celebrato con un convegno in streaming. Monsignor Bressan, redattore da 25 anni: «Vogliamo riprendere l’eredità e rilanciare la missione, quella di aiutare i sacerdoti a formarsi una coscienza critica»

di Annamaria BRACCINI

1920-2020

Un centenario importante. È quello della Rivista del Clero Italiano, celebrato con un convegno in streaming martedì 10 novembre. Monsignor Luca Bressan, vicario episcopale e da 25 anni redattore della Rivista, ne illustra i contenuti: «I temi affrontati vogliono essere, al tempo stesso, una ripresa dell’eredità della Rivista e un suo rilancio. Vogliamo aiutare i destinatari della pubblicazione – anzitutto, i preti, ma anche l’intero contesto ecclesiale – a leggere la sfida rappresentata dal mutamento di forma in atto nella Chiesa: mutamento che la pandemia sta accelerando».

Cosa s’intende per mutamento di forma?
Significa che la Chiesa, da ormai 70 anni, da prima del Concilio, si è accorta del cambiamento culturale in atto, innescato dalla grande trasformazione, dal grande rilancio economico che, dopo la seconda guerra mondiale, poneva domande culturali capaci di toccare anche la fede nei suoi nuclei fondamentali. Da qui la domanda su cosa servisse per essere adeguati a questa cultura, per riuscire ad annunciare la Salvezza, Gesù come Buona Notizia e che forma di Chiesa fosse necessaria a tale fine.

In questi 100 anni sono cambiate molte cose: la Rivista fu fondata da padre Gemelli e si rivolgeva, originariamente, a chi aveva responsabilità nel mondo ecclesiastico. L’obiettivo, ieri come oggi, è comunque di formare coscienze sacerdotali e cittadini responsabili?
Certamente. La Rivista è cambiata, ma per rimanere fedele alla sua missione. È nata per aiutare un clero, soprattutto il presbiterio più ordinario che accompagnava la vita delle persone, a formarsi una coscienza critica, a leggere con consapevolezza il proprio ministero e ruolo; a comprendere il grande dono che sono la fede cristiana e la presenza della Chiesa dentro la società. Questa intuizione iniziale è stata declinata in un momento segnato dal grande confronto della teologia della Chiesa con le scienze moderne – pensiamo a tutto il tema del modernismo -, ma anche da quello con le dittature che stavano nascendo.

Come si è posta, in anni più recenti, la Rivista?
Ha conosciuto un secondo grande momento nel confronto con il boom economico e, allo stesso tempo, con la liberalizzazione dei costumi, il Sessantotto, per arrivare poi a questa terza fase, nella quale ci misuriamo con il mondo digitale e i progressi scientifici acceleratisi negli ultimi vent’anni. L’uomo di oggi ha a disposizione potenzialità ed esperienze, capacità di intervento su se stesso – non più soltanto sulla natura e il mondo esterno -, inimmaginabili agli inizi della pubblicazione. In questa radicale evoluzione va anche inserito il cammino di autocoscienza della Chiesa. Mi piace, però, ricordare che la Rivista è sempre rimasta fedele, ha sempre letto il Vaticano II come punto di riferimento, riprendendolo nelle differenti fasi della sua recezione. Ne sono testimonianza le firme internazionali invitate a intervenire su questo tema.

Saranno diverse le voci che interverranno nel convegno, che peraltro si svolgerà a pochi giorni dalla scomparsa del direttore storico, don Bruno Maggioni. Quali i profili dei relatori?
Il convegno – pensato in maniera più ampia e con più sedi all’inizio della prima pandemia – vuole mettere in luce le anime e i fuochi della Rivista, riflettendo, quindi, sul prete, sulla sua vocazione. Abbiamo chiesto a Pablo D’Ors di soffermarsi sulle origini e, allo stesso tempo, su come il prete oggi, nel mondo che cambia, abbia bisogno di nuove grammatiche nel costruire la sua figura e il suo stile di vita. Per questo abbiamo chiesto a Luciano Manicardi, priore di Bose, di portare la sua esperienza che ci può accompagnare nel comprendere come il mondo che cambia chieda al sacerdote nuove attenzioni, nuove modalità di presenza e anche di cura della sua persona. Il secondo panel sarà invece centrato sul confronto con la cultura e su come questa modelli la Chiesa. Teresa Bartolomei ci condurrà a interpretare le grandi sfide che pongono la Chiesa di fronte a confronti inediti. È bellissima la metafora che utilizzerà, quella del cieco: siamo come un cieco che a tentoni, o con alcuni sensi amplificati, cerca di capire quale sia la forma che sta prendendo il mondo. Infine, a me è chiesto di vedere come, in questo cambiamento culturale, la Chiesa, per rimanere fedele a se stessa, debba immaginare un modo di essere presente e di svolgere la sua cura pastorale, in parte inediti, ma anche capaci di rileggere la propria tradizione.

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