Il direttore di Caritas ambrosiana: «Evitiamo il “si salvi chi può”. Sappiamo come affrontare l’emergenza, i nostri servizi essenziali sono operativi, continueremo a sostenere strumenti come il Fondo San Giuseppe, implementeremo gli Empori»

Luciano Gualzetti
Luciano Gualzetti

Domenica 15 novembre la Chiesa universale celebra la IV Giornata mondiale dei poveri, istituita da papa Francesco a conclusione del Giubileo della Misericordia (in Diocesi la Giornata è stata celebrata domenica 8, in concomitanza con la Giornata Caritas). Tema di quest’anno è “Tendi la tua mano al povero”, frase tratta dal libro del Siracide, il testo sapienziale che l’Arcivescovo di Milano ha raccomandato di rileggere e meditare durante questo anno pastorale. Ne parliamo con Luciano Gualzetti, direttore della Caritas Ambrosiana.

In tempi di distanziamento sociale, «tendere la mano al povero» sembra un paradosso…
Sembra, appunto. Ma non lo è. Lo abbiamo sperimentato durante il lockdown della scorsa primavera: i nostri operatori e volontari nei centri di ascolto hanno continuato a “tendere la mano”, perché sono riusciti a organizzare i servizi in modo che il sostegno ai più fragili non venisse meno, pur rispettando le norme sul distanziamento. Affrontando i problemi sul campo e meditando su quello che facciamo nelle occasioni formative – come è stato anche il convegno diocesano di sabato scorso sull’enciclica Fratelli tutti – abbiamo capito che occorre evitare di lasciarsi intrappolare in false contraddizioni.

Il virus continua a correre e la Lombardia è stata dichiarata zona rossa. Abbiamo dovuto spegnere i motori, anche se per il momento non abbiamo ancora staccato la spina. La rete di soccorso della Caritas Ambrosiana riuscirà a reggere il contraccolpo di questa nuova brusca frenata delle attività economiche e sociali?
Nel passato lockdown abbiamo dato prova di saper affrontare l’emergenza. Ne siamo usciti brillantemente. Riorganizzandoci in corsa. Ora sappiamo che il clima nel Paese è cambiato. Questa volta prevalgono sentimenti di rancore e sfiducia. Ma abbiamo un vantaggio rispetto alla primavera: sappiamo già quello che bisogna fare. Anche se non sarà facile, dovremo sostenere tutti gli strumenti creati o potenziati per l’emergenza: il Fondo San Giuseppe, il Fondo Diocesano di Assistenza. Siamo stati contattati da una rete di donatori che ci ha sostenuto e che speriamo ci stiano vicini anche nei prossimi mesi. Come in primavera tutti i servizi essenziali sono aperti. I servizi di prossimità, come i centri di ascolto, hanno ripreso l’assistenza a distanza. Stiamo facendo un mappatura, per verificare se ci sono situazioni di particolare sofferenza e siamo pronti a sostenere quelle situazioni.

Quali effetti sociali prevedete?
Difficile dirlo. Sappiamo che la precedente chiusura ha creato 9 mila impoveriti in Diocesi: persone che non si erano mai rivolte prima ai servizi Caritas o che, pur essendo già nelle rete di assistenza, hanno visto peggiorare di molto la loro condizione. Senza dubbio anche questa nuova chiusura produrrà effetti collaterali, anche se il Governo ha stanziato nuove risorse per i ristori alle attività produttive più penalizzate. Vedremo se saranno sufficienti, chi ne resterà escluso e chi ne pagherà il prezzo. In ogni caso abbiamo deciso di implementare il sistema degli Empori, che in primavera ha assistito 8 mila persone, non solo dando loro la possibilità di fare la spesa gratuitamente nel rispetto della loro dignità, ma anche tentando di indirizzarli verso percorsi di ripartenza. Inaugureremo il decimo a dicembre a Rho, nella zona nord-ovest dell’area metropolitana milanese dove siamo scoperti. Ma sarà solo la prima di una serie di nuove aperture che faremo nel corso del 2021 in diversi aree della diocesi.

L’Arcivescovo dice che la pandemia ha prodotto una crisi non solo sanitaria, economica e sociale, ma anche spirituale…
Ha ragione. Sentiamo tutti che il clima è cambiato rispetto a marzo. L’angoscia e la paura rischiano di inaridire i nostri cuori. Dobbiamo essere vigili perché dal sentimento di «essere tutti sulla stessa barca», che nella passata primavera ha fatto fiorire tanti gesti di solidarietà, non si passi quest’inverno al «si salvi chi può». La fatica della pandemia è un fenomeno che gli esperti conoscono bene. Riguarda i cittadini e naturalmente anche quelli tra loro che si impegnano per gli altri, come i nostri operatori e volontari. Come dice l’Arcivescovo, però, i credenti possono trovare nell’ascolto della Parola e nella preghiera un grande aiuto. E nella solidarietà il senso della propria vita. Seguiamo le sue indicazioni.

 

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