Il direttore di Caritas Ambrosiana: «Promuovere l’apertura all’altro è il nostro compito e dobbiamo far crescere la sensibilizzazione nelle nostre comunità. Ma deve crescere anche la cultura istituzionale: il Comune di Milano ha fatto la sua parte, la Regione invece potrebbe fare di più. E va superato il modello dei centri di accoglienza straordinaria»

di Francesco CHIAVARINI

gualzetti

«Non siamo ancora giunti al traguardo: c’è ancora molto lavoro da fare». Luciano Gualzetti, direttore della Caritas Ambrosiana, risponde così a chi gli chiede se sia soddisfatto dei risultati del censimento. «Il cardinale Scola ha fatto benissimo a sollecitare le parrocchie ad aprire le porte – prosegue -, perché è fuori dubbio che l’accoglienza diffusa sia il modello più adatto a favorire l’integrazione. Caritas Ambrosiana è impegnata nell’aiutare le comunità cristiane a realizzarlo rimuovendo gli ostacoli soprattutto operativi, ma anche culturali, perché non possiamo nasconderci che paure e diffidenze attraversano anche i cattolici. Ma questo non ci spaventa: promuovere l’apertura all’altro in coerenza con il Vangelo è il nostro compito».

Questa estate, nonostante il grande sforzo del volontariato laico e cattolico, il sistema di accoglienza milanese è andato di nuovo in fibrillazione. Quali le ragioni?
Le cause sono tante: la chiusura delle frontiere, i flussi che aumentano d’estate… Purtroppo tutte le volte ci troviamo ad affrontare come emergenza fenomeni che sono assolutamente prevedibili. Ma devo dire che il Comune di Milano ha fatto la sua parte: si è rimboccato le maniche e ha cercato di dare una risposta con il terzo settore.

Il sindaco Sala ha ottenuto la disponibilità della caserma Montello per potenziare ulteriormente le accoglienze. Concorda su questa soluzione?
Abbiamo sempre detto che tutte le soluzioni che danno un risposta concreta a un bisogno sono le benvenute. Ora bisognerà preoccuparsi che la situazione venga gestita bene per garantire accoglienza dignitosa agli ospiti ed evitare problemi al quartiere.

Se si sommano i posti messi a disposizione dalla rete civile e da quella ecclesiale, Milano è in grado accogliere oltre 3 mila richiedenti asilo. Un sistema sufficientemente capiente da mettere la città al riparo da emergenze future?
Nessuno è in grado di dirlo. Quello che dobbiamo fare è garantire le quote di accoglienza assegnate ai territori. Purtroppo bisogna dire che nel territorio della diocesi non tutti i Comuni stanno contribuendo. Noi dobbiamo far crescere le nostre comunità, ma deve crescere anche la cultura istituzionale di alcuni amministratori pubblici: di fronte a certi fenomeni non si può dire no. Occorre che tutte le istituzioni, a cominciare dall’alto, siano coerenti nel mandare questo messaggio.

Si riferisce alla Regione?
Diciamo che la Regione potrebbe fare di più. A volte invece legittima chi si tira indietro…

Quali sono i nodi da sciogliere sul tema dei profughi per affrontare i prossimi mesi con serenità ed evitare di ritrovarci con nuove emergenze annunciate?
Molti. Ne cito uno. Va superato il modello dei centri di accoglienza straordinaria gestito dalle Prefetture. Per farlo dobbiamo potenziare lo Sprar, il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati in mano ai Comuni, perché è più solido e favorisce anche sul medio tempo l’integrazione, cioè il dopo-emergenza, che è il vero punto di cui nessuno parla e che invece dovrebbe essere la prima preoccupazione. Ebbene i posti nello Sprar in Italia non arrivano a 30 mila, mentre ne servirebbero almeno 100 mila.

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