Il nuovo direttore dell’organismo pastorale è vice dal 1997. «La mia nomina? Un segnale di fiducia a tutti quelli che stanno nel mondo portando una visione ecclesiale». Le sfide per il futuro e i fronti di impegno: «Collaborare con le istituzioni»

di Pino NARDI

gualzetti

«Penso che la Caritas debba continuare a svolgere il servizio alla Chiesa, tenendo insieme due tensioni: rispondere ai bisogni e animare la comunità cristiana sulla carità». Luciano Gualzetti è il nuovo direttore della Caritas ambrosiana. Lo ha scelto il cardinale Angelo Scola, dopo la conclusione del mandato di don Roberto Davanzo. È il primo laico alla guida della Caritas diocesana, una scelta innovativa che riconosce e valorizza l’impegno di Gualzetti, dal 1997 vicedirettore dell’organismo pastorale.

Lei è il primo direttore laico. Qual è il significato di questa decisione del cardinale Scola?
È una scelta lungimirante che traduce nel concreto quello che si è sempre detto: i laici devono assumersi una responsabilità da laici, con competenza dentro nel mondo, facendo i conti con la complessità delle situazioni. Il sociale caritativo e anche politico sono sempre stati il luogo dove i laici hanno valorizzato queste competenze. La Caritas è un organismo pastorale e il fatto che il Cardinale abbia ritenuto che un ruolo ecclesiale così delicato e importante lo possa assumere un laico è sicuramente un segnale di fiducia nei confronti di tutti quei laici che hanno interpretato il loro ruolo così: stare sul fronte, nelle contraddizioni, nel mondo, portando una visione ecclesiale, un approccio di comunità, non di delega.

Quale Caritas ha in mente per il futuro?
Arrivo da una storia con la tensione di tenere insieme da una parte la capacità di rispondere ai bisogni, di incontrare le persone soprattutto i più poveri e in difficoltà offrendo risposte efficaci, con accompagnamenti e relazioni significativi. E dall’altra, partendo proprio da questi incontri, animare una comunità che non può pensare di disinteressarsi di queste situazioni. Ho conosciuto una Caritas che è capace di tenere insieme queste tensioni, fino ad arrivare a questioni più complesse come la giustizia e l’impegno della politica a favore dei poveri.

Infatti, l’Arcivescovo sollecita la Caritas all’animazione culturale alla carità…
Certo. Se c’è un impegno particolare che il Cardinale chiede è quello che emerge dalla Lettera pastorale: il pensiero di Cristo deve innervare tutte le attività e anche quelle caritative possono dare un contributo a promuovere nella comunità cristiana la fedeltà al Vangelo. Siamo in un periodo straordinario: c’è l’Arcivescovo che ci richiama a trasformare stili di vita in mentalità e in cultura che derivano dal Vangelo. Siamo nell’Anno Santo della Misericordia: il Papa ci dice di partire dalle opere di misericordia, da vivere concretamente dandoci il criterio di fedeltà al Vangelo. Questo deve superare l’aspetto individuale e diventare un’azione di comunità. Le persone che si riconoscono davanti all’Eucaristia e alla Parola devono capire che si devono riconoscere comunità anche di fronte al povero. Le iniziative caritative che hanno diversi livelli di complessità (dal personale al politico), la capacità di incidere anche nell’economia, su come consumiamo e favoriamo un modello più o meno adeguato all’esigenza di giustizia, di rispetto dell’uomo, che non usa la violenza. Sono responsabilità che possiamo giocare comunitariamente.

Quali sono i fronti di impegno della Caritas nei prossimi mesi?
Come sempre la Caritas è chiamata a rispondere ai bisogni emergenti. Quindi bisogna stare attenti alle novità attraverso gli Osservatori e i Centri di ascolto. In primo luogo i flussi migratori, che stanno travolgendo tutti gli schemi, da quelli istituzionali delle singole nazioni fino a quelli europei. Legato a questo c’è la questione delle cause (guerre e ingiustizie nel mondo), ma anche ciò che provocano nelle nostre comunità (sensazione di impotenza, di paura, reazioni emotive), che scombussolano tutte le relazioni e gli assetti istituzionali. Su questo c’è da fare un grande lavoro culturale, che inizia dal gestire bene, in modo serio e adeguato, le sfide che ci pone: la capacità di rispondere alle questioni che emergono in maniera sempre più competente fino al discorso più culturale e di animazione che ci riguarda.

Come vede la prospettiva del rapporto con le istituzioni pubbliche?
Sempre improntati a una disponibilità alla collaborazione, perché il bene comune passa attraverso un’assunzione di responsabilità del Terzo settore e quindi anche della Caritas, delle comunità cristiane, ma non può prescindere dalle istituzioni. Esse sono quelle che possono difendere veramente coloro che sono deboli (perché i forti si tutelano già da soli), facendo leggi giuste che evitino degenerazioni e ingiustizie. Sono un passaggio cruciale senza il quale anche noi faremmo molta fatica a lavorare, certo nella distinzione di responsabilità: la Caritas ha un ruolo di animazione, di promozione della persona perché raggiunga consapevolezza; mentre le istituzioni promuovono la giustizia, l’uguaglianza tra i cittadini. Il fine comune deve essere la convinzione che tutto ciò che viene destinato alle persone in difficoltà o in stato di bisogno non è una spesa, è un investimento; se si ricompongono i conflitti, se si aiuta la persona a vivere con dignità poi questa torna nel circuito dei cittadini, può dare un suo contributo, può consumare, e poi si evitano spese se esplodono conflitti o se la salute viene trascurata e dovrà essere curata. Quindi la politica va aiutata a capire che queste attenzioni sono a vantaggio di tutti, anche in termini economici, non solo di convenienza morale e solidale: sono investimenti, perché le persone stanno meglio e quindi ci sono comunità che hanno meno contraddizioni e conflitti.

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