Il convegno annuale di Pastorale giovanile ha lanciato due obiettivi: costruire percorsi che conciliino studio e lavoro e intercettare i giovani che non studiano e non lavorano

di Simona BRAMBILLA

Monsignor Severino Pagani

«Il rapporto tra i giovani e il lavoro è complesso, così come lo è la situazione del lavoro. Per un giovane ha maggior significato il tema dell’identità e del futuro: il lavoro ha infatti a che fare con l’identità e quindi come un giovane si pensa in rapporto al lavoro, alla sua vita, all’esistenza alle relazioni, determina anche il suo futuro, quindi anche il progetto, il pensarsi dentro una storia con una prospettiva».

Così don Maurizio Tremolada, responsabile del Servizio Giovani della Diocesi, ha spiegato il difficile rapporto che lega i giovani al mondo del lavoro, al centro del convegno annuale di Pastorale giovanile svoltosi sabato al Teatro Ringhiera di Milano. È importante portare avanti percorsi e progetti al fine di sostenere i ragazzi di oggi. «Il convegno è, da una parte, un punto di arrivo, in quanto durante lo scorso anno abbiamo avviato riflessioni e un’indagine molto accurata a cura dei giovani dell’Azione Cattolica – ha continuato don Tremolada -; dall’altra parte vuole anche essere un punto di partenza: in collaborazione con la Caritas la raccolta degli indumenti che verrà fatta quest’anno andrà a finanziare un progetto per il lavoro dei giovani e poi, insieme all’Ufficio per la Pastorale Sociale del Lavoro, avvieremo anche qualche laboratorio per continuare la riflessione soprattutto in ambito giovanile».

Il professor Francesco Marcaletti, docente di Relazioni del lavoro presso l’Università Cattolica di Milano, ha presentato un’indagine di grande interesse, che ha mostrato come i dati reali della disoccupazione giovanile siano in netto contrasto con quelli che ogni giorno i media presentano. «Il dato di fondo rilevato attraverso questa ricerca – ha spiegato il professore – è che oggi, diversamente da quello che si potrebbe pensare, il 65,8 % dei giovani lavorano. Molti di loro addirittura studiano e lavorano contemporaneamente. Solo il 6,5% dei giovani sono inattivi su tutti i fronti, ovvero appartengono alla famosa generazione NeetNot in Education, Employment or Training -, cioè non sono iscritti a scuola né all’università, non lavorano e  non seguono corsi di formazione o aggiornamento professionale».

Lo sguardo sociologico descritto da Marcaletti è stato seguito da uno psicologico a cura di Giuseppe Scarlatti, docente di Psicologia del lavoro, sempre presso la Cattolica. «La storia e il progetto lavorativo delle persone costituiscono una parte molto rilevante del sé – ha illustrato -. Questo assunto psicologico di base oggi si inserisce in uno scenario di in continuo cambiamento. La trasformazione dei contesti lavorativi e organizzativi sono poco funzionali a obiettivi di significato lavorativo. Non si parla più di lavoro, ma di lavori, il lavoro spesso manca e sta cambiando il coinvolgimento psicologico nei riguardi del lavoro».

Non poteva mancare infine anche uno sguardo pastorale, esposto da monsignor Severino Pagani, vicario episcopale per la Pastorale Giovanile. «Il cammino spirituale di un giovane o tende a essere completo o non esiste. Perché sia completo deve saper integrare Dio, l’amore e il lavoro. Una seria problematicità del lavoro compromette l’intero cammino spirituale. Le tre dinamiche educative devono essere unite, mai contrapposte o isolate».

Tra un intervento e l’altro Arianna e Mattia, due giovani attori appartenenti alla compagnia teatrale A.T.I.R. (Associazione Teatrale Indipendente per la Ricerca), hanno interpretato quattro scene tipiche della vita quotidiana dei giovani di oggi, come ad esempio il lavoro in un call center.

Tra i presenti erano anche monsignor Eros Monti, vicario per la Vita sociale, il vicedirettore di Caritas Ambrosiana Luciano Gualzetti e don Walter Magnoni, del Servizio per la Pastorale sociale e il lavoro. Proprio quest’ultimo ha chiuso il convegno: «Alla luce di questo incontro possiamo porci due interrogativi riguardo il rapporto tra i giovani e il lavoro. Il primo è come costruire percorsi che conciliano studio e lavoro, il secondo riguarda invece il come intercettare i giovani depressi, coloro che non studiano e non lavorano».

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