Al Cinema teatro L’Agorà una lettura drammatizzata di testi a cura di don Maurizio Tremolada e Andrea Carabelli ha concluso il ciclo di catechesi: «La Domenica per i cristiani custodisce una memoria, dà senso al presente e raccoglie una promessa per il futuro». In allegato il video

Don Maurizio Tremolada

«Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò» è il titolo della lettura drammatizzata di testi andata in scena questa sera al Cinema teatro L’Agorà di Carate Brianza per l’appuntamento conclusivo del ciclo di catechesi promosso dal Servizio giovani della Diocesi sul tema «Le Beatitudini come via verso la felicità. La ricerca della gioia nei vari ambiti di vita».

Il responsabile del Servizio diocesano don Maurizio Tremolada e il regista Andrea Carabelli hanno costruito un percorso teatrale attraverso testi letterari e poetici e alcuni brani di Vangelo per aiutare a riflettere sul senso della festa. Di qui la scelta del sottotitolo: «C’era una volta la festa», con l’intento di recuperare il significato del riposo come tempo contemplativo e della festa, e non semplicemente come tempo libero e week-end.

In allegato nel box a sinistra il video della serata

Ma perché una catechesi sul tema della festa e del riposo? Lo chiediamo a don Maurizio Tremolada: «I motivi sono essenzialmente due: il primo lo abbiamo raccolto dall’invito del nostro Arcivescovo che ci ha indicato, nella Nota pastorale sulla Comunità educante, gli ambiti di vita nei quali testimoniare la nostra fede, vissuti da Gesù stesso con i suoi: gli affetti, il lavoro, la festa e il riposo. Il secondo motivo deriva dal fatto che stiamo camminando alla ricerca di quella vita buona che il Signore ha indicato nel Discorso della montagna introdotto dalle Beatitudini. L’ambito della festa ci sembra uno di quelli privilegiati nei quali un giovane cerca motivi di felicità, esprime il suo desiderio di sperimentare una gioia vera».

Come vivono oggi i giovani la festa?
Nel vivere la festa i giovani non si discostano dal contesto sociale in cui si trovano. Questo contesto è segnato dal desiderio di vivere molti momenti di festa, effettivamente i giovani fanno molte feste! Il rischio però è quello di una crisi del senso festivo, cioè pensare la festa solo come tempo vuoto, come tempo di stacco dai ritmi sempre più incalzanti della vita. La festa può diventare allora solo occasione di evasione, di divertimento, o addirittura di sballo, con tutti i problemi che ne conseguono; quindi la festa diventa un tempo senza senso.

Perdendo il senso della festa cosa effettivamente i giovani rischiano di perdere?
Penso a tre dimensioni fondamentali della vita. La dimensione della gratuità: la festa è tempo donato agli altri, offerta di sé, ma nel contesto odierno, profondamente segnato dall’economia, anche la festa vuole un suo tornaconto. La seconda dimensione è quella sociale: la festa accresce la comunione di chi celebra un evento, ma oggi il tempo festivo è vissuto sempre più in maniera solitaria, perdiamo il gusto delle feste in famiglia, della convivenza civile, dell’aggregarsi facendo memoria, quindi festeggiando un evento. La terza dimensione a rischio è quella del senso: la festa è occasione per dare senso al resto della vita, al vivere globalmente inteso, ma se è vissuta solo come tempo libero, come tempo di divertimento, non riesce a dare il senso al resto della vita, al fare “quotidiano”, resta solo una bella parentesi.

Com’è possibile allora recuperare il senso della festa?
Penso anzitutto al valore della memoria. Se fare festa diventa motivo per custodire una memoria ciò riesce a dare il senso anche alla presenza. Facciamo festa perché vogliamo celebrare un anniversario, un compleanno, un evento significativo che può dire qualcosa al presente. Oltre al custodire una memoria, la festa chiede anche la presenza, stare con gli altri per condividere il senso di un evento. Questa presenza apre al futuro perché, evidenziando ciò che nel presente ci sta a cuore, permette di individuare alcuni passi promettenti per il futuro. In un contesto sociale dove viviamo senza memoria e dove il futuro sembra più una minaccia che una promessa, intuiamo il grande valore della festa: la capacità di custodire una memoria da vivere nel presente, attraverso la propria presenza, che apre un futuro promettente. Pensiamo, per esempio, al valore della Domenica come festa per i cristiani. Essa custodisce una memoria, dà senso al presente e raccoglie una promessa per il futuro.

Ma la domenica può essere ancora considerata un giorno di festa?
Oggi si preferisce parlare di week-end piuttosto che di Domenica. È vissuta più come giorno libero che come giorno di festa. È necessario ritornare a custodire la Domenica come giorno di festa, perché essa, celebrando la memoria grata dei doni di Dio per noi, ci permette di recuperare il senso del fare. Dunque un giorno in cui ci fermiamo dal fare, riposiamo, per recuperare il senso del fare quotidiano, alla luce di quanto celebriamo nella Domenica. Se riusciremo a custodire la Domenica, come giorno di festa, come il Giorno del Signore, la Domenica custodirà noi. Anche noi dovremmo dire come i martiri di Abitine: senza la domenica non possiamo vivere!

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