La Lettera pastorale è un invito caldo, incoraggiante, rivolto a tutti, a camminare insieme, per le vie di questa città così ricca e complessa, incontro all’umano

di Chiara GIACCARDI
Docente di Sociologia e antropologia dei media presso l’Università Cattolica di Milano

Chiara Giaccardi

La Lettera pastorale dell’arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola, si apre e si chiude con due inquadrature «cinematografiche», due diversi «campi» (nel senso tecnico) che definiscono un orientamento: in apertura, uno zoom sul Duomo, che è simbolo della città; in chiusura (e in copertina) una inquadratura più larga, dal Duomo ai nuovi quartieri di Milano. Quasi a suggerire una traiettoria dello sguardo che, partendo dall’origine – che dà anche la prospettiva – può abbracciare, comprendere, attraversare un orizzonte più ampio. Non è astratto, ma costituisce, con le parole di Guardini, «la concreta irripetibile unicità di questo mondo»: un territorio specifico con un nome, una storia, una forma. Da attraversare camminando. Il Duomo non è solo un simbolo: è anche un medium.

Tornano in mente le parole di papa Francesco: «Nelle grandi Cattedrali la luce arriva dal cielo attraverso le vetrate dove si raffigura la storia sacra. La luce di Dio ci viene attraverso il racconto della sua rivelazione, e così è capace di illuminare il nostro cammino nel tempo, ricordando i benefici divini, mostrando come si compiono le sue promesse» (Lumen fidei, 12). È lasciandosi raggiungere da questa luce che ci si può mettere in cammino, che si possono percorrere le «vie incontro all’umano». Chi crede vede, e la fede vede nella misura in cui cammina (Lf, 9).

Per questo cammino «illuminato», e tuttavia estremamente concreto, esperienziale, quotidiano, la Lettera costituisce un invito accorato, incoraggiante, rivolto a tutti. Dalla prospettiva visiva si passa quindi a quella affettiva: il messaggio è infatti un invito, caldo, a camminare insieme, per le vie di questa città così ricca e complessa, incontro all’umano. Un invito a prendere la città non come dato, ma come compito, che ha bisogno dell’opera, della partecipazione, del contributo di ciascuno. Senza nascondersi le difficoltà, senza ingenui ottimismi, ma con quella «combattuta fiducia» (Guardini) che pur nella crisi non abbandona la speranza e la responsabilità.

Della Lettera c’è tutto lo stile: affettuoso, colloquiale, attento a costruire e rinsaldare la relazione prima ancora che a trasmettere un messaggio. O meglio: questo stile è già messaggio, in sintonia con quanto si vuole condividere. La Lettera è, in generale, il medium dell’amicizia e dell’affetto: è pensata con cura, per un destinatario che ci sta a cuore; richiede tempo, e quindi valorizza, insieme a ciò che viene detto, anche chi la riceve. Fuori da questo patto di fiducia reciproca, di incontro, di affezione, di riconoscimento di un legame che precede ogni parola e ogni azione ben poco, oggi, può essere comunicato. È questo dunque il primo messaggio che si riceve.

I temi toccati, poi, sono diversi, ma tutti parte di un unico invito all’unità nella diversità: se c’è un «metamessaggio», una cornice che aiuta a leggere nella giusta luce tutte le questioni affrontate, è proprio questa «pluriformità nell’unità, che è la legge della comunione». Intanto la metafora del campo: che richiede la capacità di raccogliere e attualizzare il compito consegnato da Dio all’uomo in Gen 2,15: «coltivare e custodire». Se non custodiamo, infatti, finiremo con lo sfruttare in maniera dissennata, impoverendo il campo e rendendolo sterile; ma se non coltiviamo, veniamo meno alla possibilità di rendere più fecondo il campo, prendendocene cura e valorizzando le nostre capacità e la nostra iniziativa. Anche perché il terreno è buono: l’Arcivescovo riconosce la realtà popolare viva, il «cattolicesimo di popolo» profondamente vitale che costituisce l’humus della città, a fronte di un generale «ateismo anonimo», di una cultura che vive come se Dio non ci fosse.

Ma questo humus va seminato e coltivato, per poter dare frutti, per poter passare «dalla convenzione alla convinzione». Il campo è fertile, la zizzania c’è ma non può soffocare il seme buono; che però richiede, per diventare grano, la nostra libertà. È questo un altro tema centrale, così bistrattato nella contemporaneità, che va affrontato con decisione, fuori dai luoghi comuni. Non c’è contraddizione tra libertà e fede: con le parole del vescovo, «la fede non è nemica dell’apertura totale alla realtà. Non toglie nulla all’umana avventura, anzi offre piena possibilità di compierla». Alleanza dunque, non competizione. Una libertà che però non è l’arbitro dell’individuo assoluto. Non si è liberi da soli, così come non si crede da soli. Siamo una trama di relazioni, scrive l’Arcivescovo in perfetta sintonia con papa Francesco: «La persona vive sempre in relazione. Viene da altri, appartiene ad altri, la sua vita si fa più grande nell’incontro con altri» (Lf, 38). Fede, libertà, incontro sono nutrimento per i tre ambiti in cui la vita cittadina si svolge: il lavoro, gli affetti, il riposo.

Incidentalmente, bello parlare di affetti anziché di relazioni: l’affetto qualifica la relazione nel suo «essere per l’altro». Una Lettera ricca di spunti, da meditare insieme, per risvegliare prima di tutto la nostra fede. Perché, come ha scritto il Papa, «essa ci aiuta a edificare le nostre società, in modo che camminino verso un futuro di speranza» (Lf. 51).

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