Nella Cappella feriale del Duomo, l’Arcivescovo ha guidato la Via Crucis per la Zona pastorale III (Lecco). «Celebriamo questo percorso della croce senza un incontro fisico con le persone, ma con una profonda comunione spirituale»

di Annamaria BRACCINI

Via Crucis

«L’emergenza, che ci costringe tutti a limitare gli spostamenti, fa sì che questa Via Crucis, a cui sono particolarmente invitati i fedeli della Zona pastorale III e che avrebbe dovuto svolgersi nelle vie del centro di Oggiono, sia celebrata nella forma in cui è stata pensata, ma senza percorrere strade se non quelle della vita spirituale e senza un incontro fisico con le persone, ma, certo, con una profonda comunione spirituale».
Inizia così, come ormai accade per ogni settimana di questa Quaresima così diversa – con i suoi Riti senza fedeli e senza mai lasciare Milano -, la IV Via Crucis zonale che l’Arcivescovo guida, ancora una volta, dalla Cappella feriale della «casa di tutti i fedeli ambrosiani, il Duomo». E il suo è un invito a vivere «questo momento intenso di preghiera e di ascolto» fino alla morte in croce di Gesù – sostando idealmente nella IV; V; VI; XII Stazione -, attraverso la preghiera, le Letture bibliche, le altrettante meditazioni preparate dalla Comunità monastica di Dumenza e le figure dell’“incontro”: Maria, Simone dei Cirene, la Veronica.
«Gesù, costretto a portare la croce, ha reso possibile vivere la costrizione come un atto d’amore, come la decisione di amare fino alla fine». Eppure anche Simone di Cirene – un tale che passava – è costretto dai soldati a portare la croce, simbolo di tutti i “costretti” in ogni tempo che il Signore incontra. «Incontra coloro che sono costretti in carcere; incontra i capi e i manovali della malavita organizzata, costretti da patti scellerati e da avidità insaziabile, dalle loro scelte e dalle circostanze, a fare del male. Incontra le donne sfruttate, costrette a lavori umilianti, alla prostituzione; incontra i bambini costretti a lavorare, costretti dalla fame, costretti dalla guerra a portare le armi; costretti dalla persecuzione religiosa a lasciare la loro terra».
Per tutta questa umanità diversa, ma legata da un’unica disperazione, il vescovo Mario dice di voler celebrare la IV Stazione della Via Crucis, perché giunga a tutti la rivelazione evangelica.
«Nella costrizione riconoscete la presenza di Gesù, la vocazione alla libertà, la possibilità di trasformare l’incontro costretto in un’occasione per amare, per riconoscere la grandezza della vocazione, perché tutti i costretti, incontrando Gesù, possano ritrovare stima per se stessi, diventando uomini e donne nuove. Voi costretti per le vostre scelte sbagliate, se incontrate Gesù, potete convertirvi; voi costretti dalla cattiveria, dall’avidità spietata degli altri, potete sperare. Una via nuova vi attende».
Poi l’incontro con Veronica, la donna semplice, la cui unica arma è la compassione gratuita.
«Veronica, infatti, rappresenta l’impotenza. Vede il giusto ingiustamente condannato e non può fare niente; vede lo strazio della madre e non sa come consolarla, assiste alla caduta e non sa come aiutare.
Gesù si è umiliato fino all’impotenza per condividere l’impotenza, visitando, quindi, l’impotenza di tutti quelli che non possono fare niente, che non contano nulla, che si sentono trafiggere il cuore dal dolore innocente e non possono portare alcun rimedio». Coloro che non hanno voce – scandisce l’Arcivescovo – nemmeno una parola, perché comunque, non sarebbero ascoltati.
«Gli impotenti portano in sé, come tutti, il desiderio di essere felici: ma chi si interessa del loro desiderio? Non pagano, non votano, non sono rappresentati là dove si prendono decisioni. Sarebbero capaci di fare molte cose utili o potrebbero impararle: ma chi riconosce il loro valore e le loro potenzialità? Sono donne, bambine, bambini, uomini senza volto, senza lavoro, senza scuole, senza nome, senza potere. Non contano niente per nessuno».
Come non pensare, allora, che Veronica, «presenza necessaria nella Via Crucis del Signore», possiamo essere tutti noi stando, oggi, su quella via della croce planetaria che è la pandemia. «Quando non puoi fare niente, puoi sorridere, puoi compatire, puoi pregare, puoi dire una parola saggia, puoi portare stampato su un panno il volto del Figlio di Dio». Anche così si incontra «una possibilità di vita nuova».
Infine, la benedizione: «Voglio che a tutti giunga una benedizione, perché ci sentiamo tutti benedetti da Dio, diventando benedizione per chi ci incontra».

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