La Quaresima tende a un tempo nuovo, di pacificazione, di armonia dell’essere e del creato, in cui lo spirito si rianima e assapora la sua libertà

di Angelo CASATI
Testo integrale su “Il racconto e la strada” (Centro ambrosiano)

Angelo Casati

[…] La parola “inizio” dice che si mette in moto qualcosa, qualcosa che non era prima, che tutto non è come prima. E allora nel cuore mi si insinua una domanda: ho questa determinazione o voglio aggiungere giorni a giorni, senza un vero inizio? Matteo, raccontando le prove di Gesù nella cornice letteraria dei quaranta giorni di deserto, evoca la vicenda del popolo di Israele, per quarant’anni messo alla prova nel deserto e sembra ricordarci dunque una vicenda che non riguarda solo Gesù, ma riguarda anche noi, riguarda tutti. Qui si parla di noi, qui si parla di tutti.

«Fu condotto dallo Spirito», è scritto. Anche noi, condotti dallo Spirito in questi giorni? Che cosa mi guiderà in questo tempo che la liturgia dice sacro, il sacramento della Quaresima? A volte ci prende il dubbio che a condurci non sia la parte più vera di noi stessi, che non sia lo Spirito, ma la convenienza, l’ambizione, l’egoismo. E non lo Spirito che ci abita. Perché, vedete, lo Spirito è come un vento che feconda, che apre.

Mi spiace, dico sinceramente, mi spiace che la Quaresima abbia assunto nei tempi questa aria un po’ triste, crucciata, quasi mortificante dell’umano, quasi un’aria di contenimento e non di espansione. È semplicemente il contrario e chissà che Gesù volesse dire anche questo quando diceva «se digiuni, non prendere l’aria melanconica, profumati». Lui, lo sappiamo, non ha mai invitato a gesti ipocriti. E dunque nel tempo del digiuno lui vedeva non un’occasione di contenimento dell’essere, ma di espansione, di festa: «profumati». E non è – me lo chiedo – non è anche questa l’intuizione sottesa al finale sorprendente del racconto di Matteo: «Ed ecco degli angeli gli si accostarono e lo servivano»? «Stava con le fiere», dice l’evangelista Marco, «e gli angeli lo servivano». «Stava con le fiere»: come se si riproducesse il tempo delle origini, un tempo nuovo, di pacificazione, di armonia. Dell’essere e del creato. A questo tende la Quaresima.

E a ben guardare questa è la cosa grande, affascinante di Gesù che ci rimane in cuore leggendo il racconto di Matteo: questa sua libertà dello spirito. Libertà dal fascino, fascino asfittico e triste, di un messianismo mondano: «Di’ che diventino pane»; libertà dal fascino, fascino asfittico e triste, dell’esibizione: «Gettati giù»; libertà dal fascino, fascino asfittico e triste, del potere: «Tutte queste cose io ti darò». Questa sua incandescente libertà che gli viene da un segreto e noi dovremmo ricordarlo: il segreto della libertà di Gesù è che lui il primato assoluto lo dà a Dio, lui adora Dio e nessun altro. Nessuno dunque può farla da padrone su di lui. Fuori da ogni imprigionamento.

Ebbene oggi un lontano discepolo di Isaia ci ha ricordato che purtroppo tutti veniamo invece da oppressioni, veniamo da devozioni a idoli vani, veniamo da digiuni che sono alibi all’ingiustizia. Ma ci ha anche ricordato che il Dio in cui crediamo non è un Dio che prende, come sua ultima dimora, la spietatezza di una condanna senza ritorni. No, crede nella possibilità di un nostro ritorno allo Spirito che nonostante tutto ci abita e che lui ci ha donato. Dio dimora in un luogo eccelso e santo, è vero, ma è vero anche – è scritto – che «è con gli oppressi e gli umiliati per ravvivare lo spirito degli umili e rianimare il cuore degli oppressi».

Una Quaresima dunque non per mortificare, ma per ravvivare e rianimare. Notate la bellezza dei verbi: ravvivare e rianimare. «Il nostro corpo interiore» diceva oggi Paolo nella lettera «si rinnova di giorno in giorno».

La Quaresima risponde a questo desiderio che ci abita di essere ravvivati e rianimati. Forse in questa direzione va anche la nuova formula che può sostituire quella antica all’imposizione delle ceneri. Anziché «ricordati che sei cenere e in cenere ritornerai», «convertiti e credi al Vangelo».

Giovanni Vannucci ricordava, a proposito di cenere, che la cenere di cui veniamo cosparsi è quella dei rami d’ulivo, l’albero che è stato testimone dell’estremo patire di Gesù, la notte dell’agonia nel Getsemani.

Cos’è la cenere? Attraverso il passaggio nel fuoco, nella cenere rimane come la quintessenza dell’ulivo bruciato. Ebbene nelle antiche culture agricole, la cenere di alcune piante veniva mescolata e gettata nel solco insieme al seme; serviva a rianimare quel seme, a dargli vigore. «La cenere che ci viene posta sulla fronte», scrive Vannucci, «non è segno di cordoglio, di penitenza, ma essendo la cenere di ulivo, simbolo di Gesù, indica che veniamo rianimati dall’essenza di Gesù. Non è perciò un gesto di penitenza, ma gesto di rianimazione, perché Gesù cresca e giunga in noi a maturazione. Il credente diventa vivente, come la terra del primo uomo che, per il soffio di Dio, si trasformò in carne viva, consapevole del suo grande destino». Polvere sì, ma, ma se crediamo al Vangelo, destinati a diventare luce.

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