In Curia l’Arcivescovo ha incontrato 150 assistenti tra diocesani, parrocchiali e decanali dell’Azione Cattolica, associazione che è «proposta privilegiata che il Vescovo può indicare alla sua diocesi»

di Annamaria BRACCINI

Incontro Azione Cattolica

L’Azione Cattolica come matrice dello sviluppo aggregativo e come associazione in cui fare crescere l’impegno per la vita della Chiesa e nella società. In Curia a Milano il cardinale Angelo Scola incontra circa 150 assistenti tra diocesani, parrocchiali e decanali dell’Ac, provenienti da tutta la Lombardia. Sono presenti il vescovo di Pavia e delegato per il Laicato della Conferenza Episcopale Lombarda monsignor Giovanni Giudici – cui sono state affidate le conclusioni della mattinata -, il vicario generale della Diocesi monsignor Mario Delpini e tutti i vicari episcopali delle sette Zone pastorali, l’assistente ecclesiastico regionale don Massimo Orizio e don Emilio Centomo, assistente per il settore Adulti dell’Ac nazionale. 

Nel suo intervento, che apre i lavori e che l’Arcivescovo stesso definisce «rapsodico», sono tre i contesti affrontati. «Una prima parte legata a uno sguardo di carattere storico sull’Associazione in quanto tale, una seconda, relativa al compito e un terza di osservazioni più legate alla situazione delle nostre Chiese di Lombardia». Questioni già emerse e approfondite anche nell’incontro della Cel con la delegazione regionale di Azione Cattolica.

«Riterrei assai necessaria una storia delle diverse forme di aggregazione laicale dopo il Concilio, vista nel suo insieme», dice subito il Cardinale. Perché «sarebbe particolarmente utile fare riferimento alla categoria dell’Azione Cattolica come matrice dello sviluppo aggregativo, in riferimento al suo carisma e al suo sviluppo storico. Categoria che si qualifica come particolarmente adeguata: basti pensare alla Gioventù Studentesca di don Giussani, poi trasformatasi in Comunione e Liberazione, o al Movimento dei Focolari, che hanno preso avvio dall’interno di Azione Cattolica». Il richiamo è  anche «al fenomeno delle Pastorali giovanili diocesane, oggi certamente da ripensare, ma nate anch’esse proprio sulla matrice di Ac». Non a caso, nel settembre 2003 Giovanni Paolo II, nel suo Messaggio ai partecipanti all’Assemblea straordinaria, scriveva, «Ripensate con umile fierezza e con intima gioia il carisma dell’Azione Cattolica».

«Non esiste vocazione personale ed entità ecclesiale in cui non convivano carisma e istituzione – nota a questo proposito il Cardinale -. Vi è, dunque, un preciso compito teologico da riscrivere, anche vista la complessità dello sviluppo, in questi anni, della teologia del laicato». Anche perché, così come fu chiaro agli iniziatori stessi del’Azione Cattolica – Fani, Acquaderni, Armida Barelli -, e come è stato ribadito nel Decreto conciliare Apostolicam actuositatem e nell’Esortazione apostolica Christifideles laici, il fedele laico non è un “cliente” della Chiesa, ma un soggetto attivo di essa.

Ma come, allora, far convivere fecondamente il dono carismatico rispetto al dono gerarchico, ossia all’istituzione? «L’elemento istituzionale ha il compito di mantenere l’organismo ecclesiale stabile e vitale nella storia. Il carisma è dono gratuito dello Spirito, teso a persuadere circa la bontà di appartenere alla Chiesa. Ecco perché i due termini sono in relazione e complementari», scandisce Scola. Si situa qui la necessità di ripensare l’identità della collaborazione diretta con i Pastori, rispettando la singolarità del carisma dell’Associazione, e ponendosi tuttavia, al contempo, anche il problema di come metterlo a tema attraverso i cambiamenti intervenuti nel tempo, «nel passaggio dall’Ac come puro contenitore, come era fino al Concilio, all’identificazione di un più preciso carisma dopo la riforma dello Statuto».

D’altra parte, mette in guardia l’Arcivescovo, «se l’Azione Cattolica non tiene conto del suo ruolo di collegamento, di “cinghia di trasmissione” tra dono gerarchico e carisma, si “movimentizza” e perde il carattere di proposta privilegiata che il Vescovo può indicare alla sua diocesi». Il compito dell’assistente è, allora, ben identificabile dal punto di vista ecclesiale e si realizza nella via maestra indicata in Atti 2 42, 46: «Voi siete la garanzia di un’esperienza di Chiesa compiuta. Se questo si verifica cresce la comunione nella Chiesa – uno dei fattori specifici affidati all’Azione Cattolica -, e si valorizza la pluriformità nell’unità: criterio attuativo del Percorso di quest’anno proposto alla Diocesi. Dovete essere promotori di una nuova energia missionaria all’interno della realtà di oggi».

Una missione che non nasce da quella che il Cardinale chiama la «mistica equivoca dei lontani», che non è ideologia, che non tende a una proposta egemonica, ma si pone all’interno di tutti gli ambienti dell’umana esistenza, nel campo che è il mondo. «Ri-mobilitarsi missionariamente»: questo il compito e l’auspicio, «perché così si abbatterebbe il tasso di litigiosità che paralizza spesso la vita parrocchiale, si abbasserebbe il rischio di “clericalizzazione” dei laici e, soprattutto si semplificherebbero le strutture».

Su questo l’Arcivescovo, in conclusione, è molto chiaro, relativamente all’«assunzione di un compito formativo che deve andare bene al di là di un’associazione formale», di fronte a un laicato definito frequentemente “muto”, che non pare possedere un’energia in grado di entrare nel dibattito pubblico, capace di offrire una risposta a 360gradi alle domande dell’oggi. «Occorre un’azione di formazione al sociale, rispettosa della pluralità delle società in cui viviamo, da proporre nella logica della testimonianza e non in quella della militanza».

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