Il 31 dicembre si conclude la prima fase. Monsignor Luigi Testore delinea il futuro dell’iniziativa

di Pino NARDI

Monsignor Luigi Testore

Tra pochi giorni si chiude la prima fase del Fondo Famiglia-Lavoro, ma è già in cantiere la nuova stagione. Nel 2012 si punterà infatti a formare i lavoratori che hanno perso il posto, in vista di un’assunzione. Con un ulteriore, grande, progetto allo studio: la creazione di un ente mutualistico, che supporti chi viene lasciato a casa, ma non ha alcun ammortizzatore sociale. Ne parliamo con monsignor Luigi Testore, presidente del Fondo.

Come valuta questi anni di impegno?
Il 31 dicembre termina la prima fase del Fondo, che è stata soprattutto di tipo erogativo. Quando è stato lanciato si supponeva che la situazione di difficoltà nell’ambito lavorativo sarebbe stata di un tempo limitato. Quindi l’idea era quella di poter dare un sostegno alle famiglie di persone che rimanevano disoccupate per consentire di riprendere un’occupazione in altri settori. Invece abbiamo dovuto constatare che purtroppo la difficoltà di ritrovare un lavoro è molto forte. In questo momento il vero problema non è più tanto dare un sostegno a chi resta senza lavoro, quanto aiutare a ritrovare un posto.

Allora quale futuro per il Fondo?
Vorremmo continuare l’attività, visto che i nostri Centri di ascolto si sono molto specializzati nell’accompagnamento delle persone in questo periodo e si sono costituite collaborazioni molto valide tra Acli e Caritas. Il nostro desiderio è che la struttura sul territorio possa continuare il suo servizio rafforzandosi, ma soprattutto orientandosi alla nuova fase per aiutare le persone all’inserimento lavorativo. Perciò si sono realizzate diverse sperimentazioni in Diocesi. Per esempio alcune cooperative locali hanno assunto persone per tempi limitati, per aiutarle a maturare la pensione. Ma l’esperienza più interessante è stata quella dell’accordo con gli ambiti imprenditoriali che cercavano manodopera con specifiche specializzazioni: attraverso la Fondazione San Carlo ci siamo impegnati a formare queste persone e le imprese ad assumerle. Un esperimento di questo tipo ha funzionato con l’assunzione di una quindicina di persone. Quindi l’ipotesi nel prossimo anno è proprio quella di orientare su questa strada le risorse economiche che comunque il Fondo continuerà a raccogliere.

Dunque, dall’aiuto economico alla ricerca di un posto di lavoro…
Esatto. L’idea è di trovare altri ambiti imprenditoriali dove ci sia necessità di manodopera e formare specificamente le persone che sono rimaste disoccupate, in modo che possano essere assunte. Speriamo che l’operazione possa avere un buon risultato. La collaborazione con le Acli continuerà in modo particolare attraverso l’Enaip, il suo ente formativo. Questo primo aspetto della seconda fase è immediato a partire dall’inizio del nuovo anno.

C’è allora una seconda pista di lavoro?
Sì, c’è un progetto più complesso che si vorrebbe mettere in atto: una sorta di ente mutualistico sulla linea di quelli che ci furono alla fine dell’800 tra i lavoratori. L’idea è quella di una contribuzione di lavoratori di aziende e di enti sponsor a supporto delle persone che non godono di nessuna forma di tutela sociale, perché la cassa integrazione e la mobilità sono riservate alle imprese di un certo numero di dipendenti, con precise caratteristiche. Per cui ci sono moltissimi lavoratori senza tutela, sia quelli atipici, sia quelli a tempo indeterminato, ma in aziende piccole. Un aiuto poi indirizzato alla formazione e al reinserimento lavorativo. Per questo progetto siamo solo ai primi contatti: si tratterebbe di costituire una specifica fondazione il cui ente promotore potrebbe essere anche l’Arcidiocesi stessa, che poi affiderebbe la gestione dell’iniziativa ad alcuni enti operativi come la Fondazione San Carlo, la San Bernardino, le Acli, la Compagnia delle opere. Prevediamo di costituire una sorta di comitato scientifico in cui inserire tutte le grandi università cittadine e altre organizzazioni sia imprenditoriali, sia di lavoratori per studiare il progetto. Speriamo quindi nei prossimi mesi di arrivare a definire un’iniziativa più precisa.

Continuerà allora la ricerca di risorse tra i cittadini, che finora si sono dimostrati molto generosi?
Sì, ma in forma diversa. Finora avevamo chiesto espressamente di contribuire per poter erogare. Adesso per questi aspetti formativi la Diocesi ha già stanziato una cifra che dovrebbe coprire le spese dei primi mesi. Ma saremo aperti alla contribuzione di chi vuole aiutare questo percorso, perché qualche costo lo prevede. La Giornata della Solidarietà di febbraio sarà dedicata al tema di favorire la formazione dei lavoratori che hanno perso il lavoro. Poi se si riuscirà ad andare verso l’ipotesi di attività mutualistica, in quel caso la richiesta di contribuzione sarà più mirata al mondo imprenditoriale, ad alcune grandi istituzioni caritativo-assistenziali e categorie.

Rispetto alle domande presentate fino a luglio, mancano ancora soldi per concludere la contribuzione?
Abbiamo la disponibilità di circa 500 mila euro che sono stati raccolti in questi ultimi mesi (soprattutto con la campagna “Grazie Dionigi”), che dovrebbero essere sufficienti per la copertura delle domande che abbiamo raccolto fino al 31 luglio. Quindi, tutto quanto venisse raccolto in questo periodo servirà già a coprire le spese per la nuova fase.

Come valuta le esperienze diffuse sul territorio sulla scia del Fondo?
Sul territorio sono nate tante iniziative, le abbiamo favorite e promosse, anche se nella loro autonomia. Alla Caritas è affidato il coordinamento: non solo la conoscenza ma anche la diffusione di progetti particolarmente riusciti, perché altri li applichino.

Quindi è importante il ruolo delle comunità cristiane…
Sì, perché il Fondo ha avuto anche questa finalità, di stimolare la comunità cristiana a livello locale ad agire, a trovare nuove forme di impegno.

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