Redazione

Sono la povertà, la disoccupazione e la minaccia del terrorismo a costringere molti filippini ad abbandonare la famiglia e il loro “paradiso terrestre” alla ricerca di un lavoro in un Paese lontano. Una scelta dura, pagata a prezzo di grandi sacrifici. La dignità è un valore cui tengono molto e la vera chiave del successo per loro è l’educazione.

di Joey Robles

Le filippine sono un bel Paese tropicale del sud-est asiatico, con una splendida natura e un sole che brilla quasi tutto l’anno, vaste pianure e spazi di mare: «Perla dei mari d’Oriente» è la sua denominazione. Sulle tre isole di Luzon, Visayas e Mindanao vivono circa 82 milioni di persone, con un governo democratico e un patrimonio di tradizioni e culture di grande valore e interesse. La dignità è un valore cui teniamo molto e l’educazione riteniamo sia la vera chiave del successo.

Il nostro Paese gode di buona promozione turistica per le sue bianche spiagge, le caldi primavere, le lagune blu e le cascate, gli incantevoli panorami. Questo è il Paese dai cui provengono i filippini, da cui io anche provengo. Ma allora, c’è da chiedersi, perché tanti se ne vanno ed emigrano cercando altrove un lavoro? Povertà, disoccupazione e terrorismo ne sono i motivi; ce ne andiamo a cercare pascoli più verdi, per poter avere qualcosa da mettere nello stomaco, per assicurare ai nostri figli un futuro migliore e garantire loro la possibilità di andare a scuola.

Lavorare all’estero comporta molti rischi e sacrifici: famiglie separate, scontri e disagi culturali, la fatica di avere una casa, i figli che devono crescere lontano dai genitori. E la fatica dei ragazzi di non avere l’appoggio dei genitori nel corso dei loro studi; molti interrompono, non proseguono, finiscono nella droga, sedotti da compagnie cattive. Questi sono i più comuni problemi che ogni filippino che sta qui soffre.

Senza poi pensare che la maggioranza di noi ha un titolo di studio e una professione lasciati da parte per fare prevalentemente lavori domestici. Un insegnante, un ingegnere, un ragioniere o un dottore, con tante lacrime inizia il suo lavoro qui di collaboratore domestico, mette da parte ogni orgoglio perché deve sopravvivere.

La nostra vita è dura, talora come passare attraverso la cruna di un ago, con i problemi legati al permesso di soggiorno. Quando sai di non averlo è un angoscia solo se ti passa accanto un carabiniere o un poliziotto, nel timore di essere catturato e rimandato nelle Filippine.

Noi filippini abbiamo una convinzione: una volta lasciato il nostro Paese non si torna indietro, qualunque cosa succeda non vogliamo tornare a casa senza aver fatto qualcosa di ciò che ci eravamo ripromessi prima della partenza. Ci sentiremmo dei falliti davanti agli altri.

I filippini sono i più numerosi tra gli immigrati di varie nazionalità in Milano; e svolgono in genere lavori domestici, di portierato e servizi di manutenzione; lavoriamo duro e siamo fidati, questo è il nostro punto vincente. I nostri datori di lavoro sanno di poter essere tranquilli se hanno dato le chiavi di casa o dell’azienda a uno di noi.

Poco a poco le giovani generazioni di filippini cresciuti o nati qui cambiano la propria condizione di migranti perché studiano e e compiono qui la loro formazione così possono svolgere appieno una loro professione.

La lingua non è per noi una barriera per lo sviluppo; c’è sempre un posto per imparare e migliorare; a noi sta di lavorare duro e cercare di aiutarci reciprocamente per arrivare al traguardo. Allora Milano sarà per noi una casa.

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