Redazione

La nostra diocesi, grazie all’entusiasmo del card. Giovanni Battista Montini, poi papa Paolo VI, si mise subito in pista e già nel 1960 inviava in Rhodesia i suoi primi preti, da allora in poi denominati per comodità “missionari fidei donum”.

di don Gianni Cesena
responsabile della Pastorale missionaria

Ha cinquant’anni e non li dimostra: forse si potrebbe dire così dell’enciclica “Fidei Donum” di papa Pio XII. Pubblicata il 21 aprile 1957, l’enciclica è ricordata come l’avvio per le diocesi dell’Europa e del Nord America nell’inviare preti alle giovani chiese d’Africa, bisognose di clero. Anche la nostra diocesi, grazie all’entusiasmo del card. Giovanni Battista Montini, poi papa Paolo VI, si mise subito in pista e già nel 1960 inviava in Rhodesia i suoi primi preti, da allora in poi denominati per comodità “missionari fidei donum”.

L’enciclica non rappresenta solo l’inaugurazione di un “permesso”, ma l’inizio di una nuova riflessione teologica ed ecclesiale sulla missione: le Chiese locali ne diventano il soggetto, il “dono della fede” che proviene da Dio ne è la motivazione e il contenuto, lo scambio di personale apostolico e il rientro dei missionari diocesani consente un arricchimento sia materiale sia spirituale e pastorale da ambo le parti, ogni battezzato è di nuovo motivato alla missione. Il Concilio Vaticano II recepirà nel suo svolgimento tutte queste riflessioni.

Così è iniziato un cammino che ha visto crescere tanti aspetti della vita missionaria: dai gemellaggi a senso unico allo scambio e alla comunione tra Chiese, dall’invio prevalente di personale consacrato alla sottolineatura della funzione dei laici impegnati direttamente non solo nella promozione umana, ma anche nell’evangelizzazione; una visione in qualche modo colonizzatrice è stata rimpiazzata dalla ricerca di una maggiore reciprocità; oggi le nuove realtà della globalizzazione e delle migrazioni ci interpellano ed esigono un ulteriore mutamento del vissuto missionario e della nostra visione circa la missione della Chiesa.

Tutto questo percorso cinquantennale confluirà nelle celebrazione della prossima Veglia missionaria diocesana: abbiamo ricevuto un dono del quale siamo grati a Dio e vogliamo condividerlo con altri fratelli e sorelle; da tale condivisione aperta ai poveri, ai non cristiani e ai non credenti, e vissuta in contesti ecclesiali, culturali e sociali diversi dal nostro, nasce una nuova comprensione del dono della fede che matura in noi nuove convinzioni e nuovi frutti.

Se abbiamo portato alle giovani Chiese la sapienza di un cammino di secoli, non privo di contraddizioni ma ben provvisto di frutti spirituali e pastorali, da esse abbiamo ricevuto i messaggi dell’essenzialità, della vita secondo il Vangelo vissuta in situazioni di minoranza religiosa o di estrema povertà, del confronto fermo e fiducioso con le altre religioni, dell’inculturazione della fede come modalità di incarnare la buona notizia nei tempi e nei luoghi che il Signore ci dona di vivere.

Messaggi che risuonano di fronte ai cambiamenti in atto nella nostra società e nelle nostre comunità, da affrontare con spirito nuovo, senza perpetuare schemi ormai superati. Dai poveri e dai giovani viene l’aiuto al rinnovamento di chi si sente ricco ed esperto: anche questo è il messaggio di un’enciclica che – aldilà del linguaggio tipico del suo tempo – mantiene intatta la sua vitalità.

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