Storia e attualità dei missionari ambrosiani nel Nord-Est. Dai primi sacerdoti oggi ancora attivi ai laici e alle Piccole apostole di Gesù. Attualmente le presenze si sono ridotte, sembra di risentire come il profeta la voce: «Chi manderò?»

I «fidei donum» della Diocesi di Milano in Brasile

fidei donum Brasile

Il piccolo seme della Diocesi di Milano nel Nord-Est del Brasile era stato gettato dal cardinale Carlo Maria Martini nel 1992, volendo assecondare la vocazione missionaria di due suoi sacerdoti, ormai cinquantenni: «Io vi mando a una condizione: che viviate in comunità perché so il pericolo di essere soli in missione». E così chiese a don Cesare Volonté – per cui aveva una grande stima per il suo impegno missionario – di incamminare una presenza di sacerdoti, religiose e laici come aveva visto realizzata a Mutoyi, in Burundi. C’era stato anche l’invito pressante di monsignor Serafino Spreafico, brianzolo, cappuccino, vescovo di Grajaù, nello stato del Maranhao, nella parte più meridionale dell’area amazzonica.

Così son partiti don Arturo Esposti e don Pierangelo Roscio Ricon, quattro religiose delle Piccole apostole di Gesù, due milanesi e due del Burundi, e vari laici volontari del Vispe, prima da soli e poi con le rispettive famiglie: il refettorio era grande, ed era proprio una grande famiglia. La destinazione era Arame, piccolo capoluogo in mezzo alla foresta, dove si trovavano nascoste – anche a cento chilometri di distanza – una ottantina di piccoli villaggi o insediamenti, ottenuti dai contadini, immigrati da vari Stati del Nord-Est, dopo una lunga e dura lotta contro i latifondisti, i grileiros, quelli che si impossessavano di vasti territori per mezzo di documenti falsi, ottenuti da notai, giudici e funzionari statali con la facile arma della corruzione.

«Avete lottato per la terra, ora lottiamo per la vita» era il messaggio di incoraggiamento e speranza che si voleva portare, assieme al Vangelo, alle piccole comunità di caboclos – i meticci indios, bianchi e neri – che si sentivano soli e abbandonati. E c’era bisogno di tutto: infermieri itineranti, idraulici, elettricisti, carpentieri per scavare pozzi, costruire ambulatori, magazzini per pilare il riso. E infine la piccola cappella dove alimentare la fede e la partilho (la condivisione). Senza l’aiuto dei laici e la presenza delle religiose la missione sarebbe stata senza le braccia.

Con il cardinale Dionigi Tettamanzi si spalancarono porte e finestre ai sacerdoti fidei donum, e così dopo Arame, il seme si è diffuso in varie altre zone della Diocesi di Grajaù, di circa 40 mila chilometri quadrati e con solo sette preti diocesani: prima con don Marco Bassani (2002) e don Daniele Caspani (2009), coadiuvato per tre anni da una laica fidei donum, Rossana Cataldi, nella città di Dom Pedro, poi con don Ezio Borsani (2008) – reduce da Camerun e Perù, e ora a Cuba – nelle città di Barra de Corda e Grajaù aiutato da una coppia di sposi (Fabio e Manuela Panzeri), e infine con don Mario Magnaghi (2017) ad Arame.

Anche lo Stato del Parà ha ricevuto un prezioso aiuto dalla Chiesa milanese, che ha inviato due dei suoi teologi per l’insegnamento al Seminario interregionale di Belem e per il servizio pastorale nella Diocesi di Castanhal: don Mario Antonelli (dal 2004), attuale vicario episcopale a Milano, e don Davide D’Alessio (dal 2011). Inoltre, dal 2008 al 2015, si concretizza una collaborazione nella Diocesi di Salvador de Bahía con la presenza di don Pietro Snider e nella Diocesi di San Paolo con don Marco Lucca (2007).

Attualmente le presenze si sono ridotte: sembra di risentire come il profeta la voce: «Chi manderò?». Sono rimaste le Piccole apostole in due comunità nelle periferie di Grajaù e di Arame, e una piccola casa nella foresta a Chupe’, oltre ai primi due inviati ma ormai ultra ottantenni. Don Arturo Esposti si occupa di una nuova periferia di Grajau, la Vilinha, con famiglie che vivono in estrema povertà dopo aver abbandonato i loro villaggi nella foresta: fenomeno dovuto alle nuove tecniche agricole con mezzi meccanici ultramoderni, che annullano il lavoro manuale tradizionale, familiare, così che al contadino conviene comprare il riso al mercato, che non pagare i braccianti per il suo raccolto. Non è più la povertà dignitosa dei villaggi, dove non manca il cibo, ma quella degradante della fame e della miseria. È il nuovo volto della missione, quella delle periferie anonime. La presenza delle religiose, le Piccole apostole, facilita il contatto con i più lontani, i più dimenticati e rende visibile l’amore della Chiesa per i poveri, come ci ha insegnato Gesù. Servire i poveri riempie il cuore e la vita.

Don Pierangelo Roscio Ricon risiede invece nella parrocchia centrale, ove ha sede la Curia diocesana, per l’ascolto e le confessioni, per le visite ai carcerati e alla casa di recupero di tossicodipendenti. Ma non è più in grado di visitare i villaggi degli indios di Grajajara, oltre 20 mila nella Diocesi di Grajau: un campo immenso, che aspetta: «Chi manderò?». Gesù contemplava la messe… non smetteva di sognare gli orizzonti sconfinati, anche i nostri di oggi. «Pregate il Padrone della messe…». La nostra Chiesa ambrosiana che ha inviato missionari come segno della sua fede missionaria, e che sempre li ha accompagnati da lontano continuerà a elevare questa supplica, con quelli rimasti dall’altro lato dell’Oceano. E a chi domanda ai nostri fidei donum: ma c’è ancora entusiasmo, dopo tanti anni di missione? La loro risposta è facile: l’entusiasmo cambia solo di colore, come le stagioni. Ma è sempre bello vivere vicino ai poveri e condividere con loro i primi passi di una Chiesa, simile a quella degli Atti degli Apostoli.

 

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