A Pentecoste, alle 10.30, il cardinale Scola presiederà la celebrazione nella parrocchia dell’Immacolata Concezione a Milano (piazza Frattini), con la collaborazione del Decanato Giambellino. Presenta l'evento don Alberto Vitali, responsabile della Pastorale diocesana

di Francesca LOZITO

Festa Genti

Un quartiere per accogliere i migranti da tutta Milano. In festa, nel giorno di Pentecoste. Domenica 24 maggio sarà il Giambellino ad aprirsi alla Festa delle genti. Le chiese spalancheranno le loro porte a una serie di iniziative nei giorni precedenti e poi domenica, nella parrocchia dell’Immacolata Concezione, alle 10.30 l’arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, presiederà la Messa di Pentecoste. A seguire, un pranzo comunitario. Nella giornata avranno luogo la premiazione del concorso “Immicreando” (quest’anno i testi scritti in italiano dalle persone straniere hanno avuto per tema «Nutrire la vita») e un’animazione per i bambini. Ne parliamo con don Alberto Vitali, responsabile dell’Ufficio diocesano per la Pastorale dei migranti. «La Pentecoste è la celebrazione dell’universalità della Chiesa e dei popoli – spiega -. C’è un linguaggio comune, quello dell’amore. Come si legge negli atti degli Apostoli, pur parlando tante lingue diverse, si comprendono tutti, nonostante le differenze linguistiche, culturali e di provenienza. Perché la comprensione avviene con un linguaggio universale, appunto quello dell’amore».

Qual è l’obiettivo della Festa?
Prima di tutto far incontrare le comunità tra loro, mettere assieme la presenza significativa dei migranti, le attenzioni nei loro confronti. Vogliamo celebrare l’incontro tra i popoli, ma vogliamo anche caratterizzarlo sul territorio. Per questo abbiamo scelto per la prima volta il Giambellino, che ha una forte e specifica presenza di immigrati, con due aspetti particolari: la presenza di sacerdoti stranieri e quella di una folta comunità filippina. Andiamo là dove ci sono le comunità straniere. Come servizio pastorale accogliamo i migranti, ma nello stesso tempo invitiamo le comunità cristiane a fare un lavoro pastorale insieme ai migranti.

E come può strutturarsi questo lavoro pastorale?
Varia da parrocchia a parrocchia. I primi “agganci” avvengono col catechismo dei bambini, l’oratorio e la Caritas. La comunità etnica è sempre il primo riferimento; poi, con la stabilità lavorativa e abitativa, arriva anche il contatto con la comunità cristiana.

Come si è articolato in questi ultimi mesi il lavoro della Pastorale dei migranti?
Stiamo portando avanti una mappatura delle buone prassi in alcune parrocchie – Turro, Baranzate, San Siro – con l’obiettivo di verificare come questo lavoro si possa proporre altrove.

La Pentecoste di quest’anno coincide con la beatificazione di monsignor Romero…
Le due cose si integrano. Prima dell’annuncio della beatificazione, il 19 maggio a San Vito al Giambellino era già stata programmata una serata su di lui. Venerdì 22 maggio a Santo Stefano, invece, verrà proiettato un film sulla sua figura, finanziato dalla Conferenza episcopale americana negli anni Ottanta per promuovere la causa dei salvadoregni. Sabato 23, alle 17.30, sempre in Santo Stefano celebreremo una Messa in contemporanea con la beatificazione presieduta a San Salvador da padre Rutilio Sanchez, già stretto collaboratore di Romero; al termine sarà inaugurato un quadro, che sarà posto su un altare laterale (in allegato nel box in alto a sinistra la locandina della celebrazione e l’immagine del quadro, ndr).

Cosa dice a noi oggi la memoria di Romero?
Il significato del riconoscimento del martirio è la prima cosa importante. Per 35 anni si è discusso se potesse essere dichiarato martire o no da un Paese cattolico, il Salvador, perché fu ucciso da persone della sua stessa fede. Quindi non poteva essere detto martire in odium fidei. Che sia stato riconosciuto tale, significa far passare il principio che della fede fa parte la giustizia. E che per vivere la fede non si può non prendere posizione a favore dei diritti umani e contro lo sfruttamento.

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