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Celebrazione

Festa delle genti, Delpini: «Gesù risorto chiama i popoli a unità e servizio»

La tradizionale celebrazione in occasione della Pentecoste quest'anno si è svolta nel quartiere di Rogoredo, con oltre 3 mila fedeli provenienti da 25 comunità cattoliche. Rispondendo ai giornalisti, l’Arcivescovo ha richiamato l’impegno verso le fragilità del Boschetto. Dopo la Messa i gazebo con il pranzo condiviso e gli spettacoli proposti dalle diverse etnie

di Annamaria BRACCINI

24 Maggio 2026
Festa delle Genti 2026

«Siamo capaci di proclamare la nostra fede in Gesù, per dire alla gente di oggi la nostra speranza? Avviene tra noi quella stupefacente pratica che attesta la vocazione alla fraternità universale? Si può sperimentare nelle nostre comunità e nella Chiesa dalle genti che siamo fatti per intenderci, per condividere, per stimarci a vicenda, per aiutarci gli uni gli altri? Ciascuno di noi vive in modo da dare quello che è e da mettere i suoi doni a servizio del bene?»

Le domande che l’Arcivescovo pone ai tantissimi che sono arrivati, fin dalla prima mattina sotto un sole estivo, nel “Trapezio” di Santa Giulia, in zona Rogoredo, trovano un’immediata risposta nel vescovo Mario e nella gente originaria dei 4 angoli del mondo che partecipa alla celebrazione eucaristica da lui presieduta. E la risposta è una sola: «Noi siamo qui per dire di sì».

La Celebrazione 

La Festa delle genti, nel giorno di Pentecoste, volutamente celebrata in un quartiere spesso sulle prime pagine dei giornali, ma che significa molto altro (e meglio) rispetto alla cronaca nera, è questo. Un ritrovarsi, ormai tradizionale della Chiesa ambrosiana, condiviso e gioioso, per un’intera giornata di cui Messa, concelebrata dai cappellani delle diverse comunità cattoliche presenti in Diocesi, dal parroco della parrocchia Sacra Famiglia in Rogoredo, don Danilo Marcodoppido e da altri sacerdoti impegnati con i migranti, è il momento più atteso. Non mancano i rappresentanti del Municipio 4 con il presidente, Stefano Bianco con altre autorità civili e militari.  

Festa delle Genti 2026
Foto Andrea Cherchi

Anche quest’anno si rispettano le previsioni: i gazebi con le bandiere a rappresentare 25 realtà – che l’arcivescovo visita al suo arrivo – sono tanti e affollati di circa 3000 persone così come altrettanto partecipata è l’Eucaristia, alla quale, per la prima volta, sono presenti anche i fedeli della comunità siro-malabarese indiana (di rito orientale) che è stata appena costituita. Animata in diverse lingue, con i fedeli nelle vesti tipiche dei Paesi di origine e i canti eseguiti dalle comunità secondo le rispettive tradizioni, la liturgia è aperta dal saluto del responsabile dell’Ufficio per la Pastorale dei Migranti, don Alberto Vitali.

«Non è retorica – dice -, parlare ancora e sempre di Chiesa dalle genti, come di un dono elargitoci dallo Spirito, ma anche come compito da realizzare. Alcune delle nostre Comunità, ormai da anni, sono direttamente coinvolte nella tragedia della guerra, ma – per un motivo o per l’altro – tutti i Paesi qui rappresentati soffrono pesanti deficit di pace, a causa di quelle ingiustizie strutturali del sistema economico tante volte denunciate dagli ultimi pontefici e ora da papa Leone. Per questo, il tema che abbiamo scelto, dalla profezia di Isaia, per la Festa di quest’anno: “Spezzeranno le spade e ne faranno aratri”, vuole ammonire come non basterebbe nemmeno la fine dei conflitti, se non ci impegnassimo a costruire un’economia più giusta, per ripartire più equamente i beni della creazione».       

Dalla Lettura tratta dagli Atti degli Apostoli con lo stupore degli Apostoli insieme per il giorno di Pentecoste, si avvia la riflessione del vescovo Mario (qui l’omelia).   

La novità che chiama a unità

«Ecco la novità che provoca tanto turbamento: i diversi popoli possono intendersi, le diverse lingue possono comunicare. Tutta la storia e tutte le notizie di ieri e di oggi dicono che i popoli sono diversi e perciò non possono intendersi, gli interessi sono diversi e perciò bisogna farsi la guerra, i gusti sono diversi e perciò non si può condividere la mensa. L’umanità sembra fatta per vivere di scontri, di risentimenti, di contrasti di idee, di gusti, di interessi, di prepotenze»

Festa delle Genti 2026
Foto Andrea Cherchi

Al contrario, prosegue monsignor Delpini, «La festa delle genti è la testimonianza che oggi la comunità dei discepoli di Gesù, la Chiesa cattolica, vuole dare al mondo intero. Siamo chiamati a condividere non a contrapporre, siamo chiamati a stare insieme, non a disperderci, a essere fratelli e sorelle, non a essere nemici e avversari, ma a essere un cuore e un’anima sola nella pace e nella giustizia. Ecco la novità sorprendente e originale: Gesù è vivo e rimane con noi. Il mondo non lo vede, ma noi lo vediamo. Ecco, noi siamo vivi, abbiamo doti e virtù per essere a servizio gli uni degli altri, per l’utilità comune. Molti pensano che si viva per pretendere di essere serviti, che le doti, le risorse, il potere, il denaro servano per dominare gli altri e per fare i propri interessi, che sia ovvio che chi è più forte domini chi è più debole. I discepoli si riconoscono perché praticano il comandamento di Gesù, cioè rispondono alla chiamata a farsi servi gli uni degli altri».

Unità e servizio

Dal riferimento alla seconda lettura, tratta dal capitolo 13 della Lettera paolina ai Corinzi, emerge un’ulteriore indicazione del vescovo Delpini. «Ciascuno ha le sue doti e i suoi limiti, ma tutti hanno un dono da offrire per il bene comune, per la costruzione della comunità. Lo Spirito infatti manifesta la sua presenza in queste tre parole: la proclamazione della risurrezione di Gesù, la convocazione dei molti perché siano una cosa sola, la determinazione a essere servi gli uni degli altri mettendo a frutto ciò che ci rende unici e capaci. E la città dove viviamo, i paesi che cui proveniamo possano testimoniare discorso sconcertante: Gesù e vivo in mezzo a noi e trasforma la nostra vita. Tre parole quindi: Gesù risorto, unità, servizio», conclude l’Arcivescovo.

Festa delle Genti 2026
Foto Andrea Cherchi

Poi, ancora tanti momenti suggestivi, come quello dell’offertorio nel quale sono graziose ragazze dello Sri Lanka che indossano i classici costumi a portare i doni all’altare, e il ringraziamento del parroco a nome di tutta la sua comunità, prima del pranzo conviviale e della festa che prosegue nel pomeriggio.

Boschetto di Rogoredo: «Fare qualcosa si può» 

A margine, con i giornalisti, l’Arcivescovo è, infine, tornato sulle vicende che hanno interessato la zone particolarmente problematica del “Boschetto” di Rogoredo, luogo simbolo dello spaccio e della diffusione della sdroga in città, «per il quale si può fare qualcosa?», viene chiesto. 

«Si può visitare questa povertà, come fanno diverse associazioni con diverse iniziative, cattoliche o di qualunque altra estrazione che cercano di essere presenti qui per dare un soccorso, per cercare di convincere anche i tossicodipendenti che ci sono possibilità di riscatto. Dunque – osserva Delpini -, la prima cosa che si può fare è avere rapporti con questa povertà e questa pluralità di problemi che qui ha un luogo simbolico, ma che è diffusa in tanti altri luoghi della città e della diocesi. Si può anche cercare di fare un’alleanza per incoraggiare queste persone a risolvere i loro problemi. Nessuno di noi ha la soluzione dei problemi degli altri, ma però tutti possiamo essere protagonisti di una storia migliore: Per essere salvati bisogna che ci sia uno che salva, ma bisogna anche desiderare di essere salvati e quindi è necessario seminare in queste persone una speranza.

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