In Duomo l’Arcivescovo ha presieduto i funerali del Vescovo ausiliare e Vicario episcopale emerito, scomparso lunedì scorso. Letti il testamento spirituale e i messaggi del Papa, della Cei e del cardinale Scola

di Annamaria Braccini

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«E, alla fine, vorrei lasciare come ricordo il Nome che ha costituito l’amore della mia vita: Gesù. Personalmente ho cercato di guardarlo, ascoltarlo, accoglierlo e sono nella gioia – nella sua gioia – per averlo incontrato. Auguro a tutti coloro che mi hanno conosciuto – ma vorrei dire a tutti gli uomini – la stessa gioia e vi invito a conoscerlo e a riconoscerlo perché è vero quanto dice il Salmo: “Guardate a lui e sarete raggianti di gioia; non saranno confusi i vostri volti”. Prego per voi perché facciate così». Scriveva così, nel suo testamento spirituale, monsignor Marco Ferrari, scomparso lunedì 23 novembre a pochi giorni dall’88esimo compleanno, con parole che l’Arcivescovo cita, presiedendo in Duomo le esequie.

A concelebrare ci sono 16 Vescovi – tutti gli ausiliari di Milano e molti dei Pastori di Lombardia, tra cui monsignor Francesco Beschi, vescovo di Bergamo, città nativa del vescovo scomparso -; sono presenti anche i membri del Cem, i Canonici del Capitolo metropolitano e altri sacerdoti con il clero di Cassano Magnago, dove il presule risiedeva da anni.

Le presenze e i messaggi

Nelle prime file di quella stessa Cattedrale dove monsignor Ferrari era stato ordinato presbitero da San Giovanni Battista Montini nel 1959 e vescovo dal cardinale Martini, nel 1987, siedono i parenti, Nicola Poliseno, primo cittadino di Cassano Magnago, con il gonfalone cittadino, e Paolo Brivio, di Osnago, dove Ferrari fu parroco dal 1972 al 1981. La bara adagiata a terra in altare maggiore, more nobilium, con l’Evangeliario aperto alla pagina di Pasqua, le Letture previste per i funerali di sacerdoti e vescovi – brani dalla Passione di Luca, di Matteo e dal Vangelo di Giovanni -, i messaggi, letti in apertura dall’Arcivescovo, danno il senso di una partecipazione e di un affetto commossi e profondi. Scrive il Papa, la presidenza della Conferenza Episcopale Italiana – che condividono il ricordo e perdita della nostra Diocesi – e il cardinale Scola, che nel suo primo anno da seminarista conobbe l’allora don Marco nel Seminario di Saronno: «Le sue qualità sono però, per me, venute pienamente alla luce quando lo ebbi come collaboratore durante il mio mandato episcopale a Milano. La sua attenzione a ogni singola persona, di cui aveva sempre grande rispetto, e l’impegno per i temi sociali, mi sono stati di grande aiuto», sottolinea l’Arcivescovo emerito, ricordando la fede intensa e sincera e la dedizione alla Chiesa ambrosiana.

L’omelia

Espressioni – queste – cui fanno ecco quelle dell’omelia di monsignor Delpini: «Un prete, un vescovo, è un discepolo: la sua vita è risposta alla chiamata di Gesù, vive la vita come una vocazione e, perciò, è un uomo libero: non deve rispondere alle aspettative della gente, non deve piegarsi a propiziarsi nessun idolo. Non cerca approvazioni o applausi, non teme critiche o rifiuti, non si ripiega su di sé per darsi un giudizio, per esaltarsi o deprimersi. L’unico giudizio che gli interessa è quello di Gesù. Non coltiva idee sue, non ha scopi suoi, non ha una vita sua. Non si scoraggia, non si rassegna, non si tira indietro. Vive di una missione ricevuta. Non vive le relazioni con gli altri come una discussione per primeggiare, come un contesto in cui farsi servire, piuttosto considera la vita come un servizio». Appunto, perché è un uomo preso a servizio in un ministero che «non è un incarico da esercitare come un ruolo in cui applicare regole, un mestiere funzionale a un sistema, una professione da esercitare», ma una vocazione e un incontro.

«Un prete, un vescovo, è un discepolo: non si sente mai solo, non si esalta troppo se tutti lo cercano, non si deprime troppo se tutti lo ignorano perché vive nella confidenza di Gesù. Non cerca sicurezze nelle sue proprietà, non accumula tesori sulla terra, non si attacca alle cose e non dedica tempo a verificare le sue sostanze. È libero, perché è povero; è generoso, perché sa che la sua vita non dipende dai suoi beni; aiuta i poveri, perché è certo che il suo tesoro è nei cieli».

E, ancora, «un prete, un vescovo, è un discepolo: non giudica le persone, non ha un suo criterio per classificare la gente. Sa che il giudice è il Signore».  

«Che cosa possiamo dire di monsignor Ferrari? Possiamo dire anche solo una cosa: è stato un discepolo. Ha vissuto per Gesù, ha pensato e amato come Gesù, ha dato la sua vita per obbedire a Gesù, ha praticato lo stile di Gesù, ha unito la sua morte a quella di Gesù».

A conclusione delle esequie, la bara portata sul sagrato e la partenza per l’ultimo viaggio, verso Cassano Magnago dove stasera, alle 20.45, monsignor Luigi Stucchi – amico fraterno da molti anni di monsignor Ferrari – presiederà la celebrazione.  

 

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