Un percorso didattico allestito nella navata destra fino agli altari che conservano le spoglie dei due beati, esposte alla venerazione dei fedeli

di Annamaria BRACCINI

Ferrari e Schuster

Venti pannelli, dieci ciascuno, per ricordare le figure di due arcivescovi beati che tanto hanno significato per la storia della diocesi di Milano, il cardinale Andrea Carlo Ferrari e il cardinale Alfredo Ildefonso Schuster. È un bel percorso, insieme didattico, ma anche con un preciso taglio di chiarezza storiografica, quello che si può percorrere seguendo la navata di destra del Duomo, per arrivare fino agli altari che conservano le spoglie dei due beati, nuovamente esposte alla venerazione dei fedeli.
La mostra, promossa dal Capitolo di Milano, dalla Basilica Metropolitana (per Ferrari anche dall’Associazione che porta il suo nome), si avvale della direzione di monsignor Domenico Sguaitamatti e della collaborazione di Andrea Gianni; per Schuster, i testi sono di monsignor Marco Navoni. E lo sguardo così si sofferma volentieri, tra immagini rare o famosissime, spiegazioni semplici e scorrevoli, ma sempre puntuali e autorevoli, sulla biografia di Ferrari, nato nel 1850 da famiglia modestissima a Lalatta, in diocesi di Parma, e su quella di Schuster, classe 1880, altrettanto di umili origini, ma romano. E, poi, naturalmente il loro cursus honorum ecclesiastico, il primo divenuto arcivescovo di Milano nel 1894 – morirà nel 1921 – e il secondo alla guida della diocesi dal 1929 fino al 1954, anno della sua santa morte.
Ed è bello allora pensare che, per Ferrari, la sintesi del suo ministero, posta a modo di titolo, «Amico dei giovani, solidale con gli umili, amò il suo popolo, animò la catechesi», sia la “cifra” complessiva di un episcopato che, pur iniziato alla fine dell’Ottocento, fu davvero il «primo pienamente moderno» della Chiesa ambrosiana, come disse il cardinale Martini che ancora definiva il predecessore, «il vescovo educato dal suo popolo». Pastore e pellegrino, Ferrari, vescovo che seppe soccorrere e soffrire nei momenti tragici, ad esempio, della Grande guerra, quando le vedove dei soldati vestite in nero, sotto le finestre dell’Arcivescovado dove si erano riunite, sembrarono un sudario di straziante e silente dolore. Il pensiero così va a un’altra guerra mondiale, la Seconda, e al ruolo di Defensor civitatis del cardinal Schuster, l’unica autorità rimasta a Milano, appunto a difendere la “sua” gente: tutta, senza distinzioni. Al cui fianco il Cardinale, divenuto beato nel 1996, si schierò sempre, come monaco benedettino, dalla profonda impronta monastica, ma che seppe comprendere con lucidità estrema e lungimirante la bufera di tempi neri in tutti i sensi che il Paese viveva con la dittatura e la tragedia bellica.
Schuster, l’imitatore di san Carlo, e Ferrari che, al suo, volle aggiungere il nome del santo Borromeo: dal Duomo, la casa di tutti i milanesi, ci parlano e ci guidano.

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