A don Giorgio Riva piace l’espressione “convivialità delle differenze”: si affrontano anche i problemi, ma si vive il bello di ritrovarsi insieme

di Luisa BOVE

Riva

Nei confronti degli immigrati «c’è un’accoglienza di fondo da parte della nostra gente», dice don Giorgio Riva, parroco da oltre 15 anni, prima a Santa Francesca Romana e da pochi mesi a S. Eustorgio. «I problemi sorgono quando qualcuno è senza lavoro o senza casa e protesta perché viene data a uno straniero». Ma anche da parte loro «le fatiche non mancano», ammette il sacerdote, «a partire dalla scarsa conoscenza della lingua per cui sono a disagio. Penso alla scuola di italiano che avevamo nel Decanato Venezia e che non era solo un aiuto per impararla, ma anche luogo di integrazione e accoglienza. Sul territorio erano presenti molte nazionalità (peruviani, filippini, eritrei) e negli edifici della parrocchia ospitavamo la “Casa delle famiglie” per rifugiati e profughi, gestita dalla cooperativa Farsi prossimo».

Le fatiche sono dunque reciproche…

«A volte noi facciamo fatica ad accogliere il diverso. Da parte loro vedo la difficoltà rispetto alla burocrazia: quando devono sposarsi per esempio non è facile ottenere i certificati di battesimo… Sul versante della giustizia poi sono gli stessi migranti a subire, ad essere sfruttati, magari hanno ottenuto una sentenza a loro favore, ma non viene eseguita. Credo che la comunità cristiana possa fare qualcosa, anche se vedo come un pericolo l’assistenzialismo. Tempo fa era stata coniata un’espressione che mi piaceva molto: “convivialità delle differenze” per cui tutti ci sentiamo a casa. Poi si impara ad affrontare anche i problemi, ma si vive il bello di ritrovarsi insieme. Gli esempi non mancano, ma certo occorre cambiare il cuore».

E che cosa ammira negli stranieri?

«L’iniziativa, la grinta, la voglia e la capacità di adattarsi, anche se non sempre è giusto che accettino di guadagnare pochissimo pur di sopravvivere, perché c’è chi se ne approfitta. La determinazione nell’affrontare le situazioni e le fatiche li porta a volte a raggiungere buoni risultati e in questo ci sono di esempio. Oggi la presenza degli stranieri non è solo un dato oggettivo, ma una grande occasione, l’Arcivescovo nei giorni scorsi diceva che sono il futuro delle nostre città. Guardando al numero di bambini e ragazzi a Milano credo che le comunità cristiane debbano da una parte riflettere e scoprire il loro essere cattolica, cioè aperta a tutti, e dall’altra la missionarietà».

Ma nelle comunità si vede già una partecipazione attiva?

«A Santa Francesca avevamo due persone extracomunitarie nel Consiglio pastorale, anche se c’era una certa fatica. L’Arcivescovo oggi si rivolge in particolare alle seconde e terze generazioni, che però hanno di mira il riscatto sociale e rischiano quindi di non coltivare molto il rapporto con la comunità cristiana. Per questo vanno cercati ed essere missionari nei loro confronti. Non è affatto scontato che assumano la tradizione da cui provengono e la trapiantino qui. Al di là delle riunioni per nazionalità, che possono essere preziose, occorre invece favorire l’inserimento nelle comunità ordinarie».

E a Sant’Eustorgio, nel cuore di Milano, ha trovato differenze?

«La mia impressione è che qui di stranieri ce ne siano meno. In una struttura della parrocchia abbiamo però la chiesa degli ortodossi romeni che svolgono un bel lavoro di raccolta. In occasione della Settimana ecumenica dell’unità dei cristiani avremo uno scambio di ambone, è una piccola iniziativa, ma l’idea è di lavorare insieme».

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