Alla vigilia dell’ordinazione sacerdotale, è questo l’obiettivo che si pone don Emanuele Tempesta, 27enne diacono di Cornaredo: «Vorrei stare in mezzo ai ragazzi non come “amicone”, ma come educatore, fiducioso che la volontà del Signore mi guiderà ogni volta che ne avrò bisogno»

di Ylenia Spinelli

Emanuele Tempesta
Don Emanuele Tempesta

Una vita legata alla parrocchia, tra alti e bassi, come spesso capita a molti adolescenti. Per Emanuele Tempesta, ventisettenne originario di Cornaredo (Mi), sono stati l’arrivo del nuovo parroco nel 2008 e poi l’impegno con il coro e l’incontro con un diacono destinato al suo paese a far maturare pian piano in lui la decisione di entrare in Seminario, nel settembre del 2013. Oggi, alla vigilia dell’ordinazione sacerdotale, è ben consapevole che la sua scelta vocazionale non è stata dettata solo e soltanto da una sua volontà, ma «risulta essere la risposta data al Signore, da cui tutto è partito e a cui tutto fa ritorno».

Ripensando agli anni di Seminario, Emanuele ricorda gli scherzi fatti ai compagni e «al clima bello che spesso si generava in ciò che si faceva»; si pente un po’ di non averlo sempre apprezzato o di non esserselo gustato fino in fondo. «Non vedi l’ora che finisca – racconta – e, quando sei sulla soglia, ti ricordi che il Seminario per sei anni è stato la tua casa, dove centinaia di persone sono passate all’interno della tua vita e ti hanno indelebilmente segnato».

Il motto «Siate lieti nella speranza» – scelto insieme alla sua classe – Emanuele dice di averlo fatto suo, a partire da quel «Sia fatta la tua volontà», pronunciato da Gesù nell’Orto degli ulivi, alla vigilia della Passione. «Io ho la speranza che il Signore sarà sempre con me – tiene a precisare -; per cui colgo ciò che mi dona come sua volontà, fiducioso che la sua volontà mi guiderà ogni volta che ne avrò bisogno e gli chiederò un consiglio nella preghiera».

Guardando al futuro nel ministero dice: «Punto a “essere” prete e non a “fare” il prete. Un modello di riferimento? Mi vengono in mente le foto di don Carlo Aresi, coadiutore che ha fondato il mio oratorio una cinquantina di anni fa: veste talare e pallone da calcio. Anche se non sono un ottimo calciatore, trovo che l’immagine renda bene l’idea di quel che vorrei essere, ovvero in mezzo ai ragazzi, non come “amicone”, ma come “educatore”». Proprio l’educazione dei giovani sta particolarmente a cuore al futuro prete, che crede molto nell’alleanza educativa con le famiglie. Dalla Messa Emanuele ha fiducia «di poter trarre rinnovate energie» per potersi dedicare pianamente al popolo di Dio che gli verrà affidato.

Svolgerà il ministero sacerdotale a Busto Garolfo e Olcella, dove è stato due anni da seminarista e da diacono. «La comunità la sento già mia- conclude l’ormai prossimo prete -, nel senso che voglio dedicarmi anima e corpo all’accompagnamento di persone che mi sono già care, come direbbe San Paolo».

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