Inaugurazione dell'anno accademico con la lectio magistralis di monsignor Peter Henrici su “Il destino del Concilio Vaticano II”. Intervista al preside monsignor Pierangelo Sequeri

di Francesca LOZITO

facoltà teologica

La teologia in dialogo con gli altri saperi, in un confronto alla pari, che segni una profonda apertura al mondo. Per monsignor Pierangelo Sequeri oggi è questa la sfida più grande alla vigilia dell’inaugurazione dell’anno accademico della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, da lui presieduta. Mercoledì 26 novembre, infatti, si terrà la lectio magistralis di monsignor Peter Henrici s.j., vescovo ausiliare emerito di Coira, sul tema «Il destino del Concilio Vaticano II nei decenni che lo seguirono». Abbiamo rivolto alcune domande a monsignor Sequeri.

Qual è oggi il fascino della teologia?
Più che di fascino, parlerei di sorpresa. Prima di tutto nei confronti di tanti studenti, molti dei quali giovani, che decidono di intraprenderne lo studio. Per questo fanno sacrifici ammirevoli. Sono bravi e appassionati. È una scelta coraggiosa: non dà uno sbocco lavorativo sicuro, come potrebbe darlo una facoltà scientifica. La seconda sorpresa discende proprio dalla prima: nell’opinione laica, e in parte anche in quella ecclesiastica, la teologia non sembrerebbe così affascinante…

Quale risposta si dà, allora, per questo successo inaspettato?
Credo che i giovani che la scelgono ne siano affascinati perché animati dal desiderio di un sapere più articolato, che non si accontenta della circolazione di luoghi comuni. Questo desiderio di conoscenza della teologia, però, credo che non sia esclusivo della Facoltà teologica, ma esista anche nelle Università di Stato. Molti, infatti, scoprono che il Cristianesimo è anche un luogo di pensiero.

Quindi come vede tracciarsi il ruolo della Facoltà teologica oggi?
Il ruolo della Facoltà teologica è affine a ogni impresa del pensare e riflettere sulle cose che interessano all’uomo. Ma che oggi hanno vita labile, quasi una circolazione clandestina. Ecco allora che, in un’Europa in cui lo spostamento di interesse è verso le forme di sapere tecnico, il ruolo delle Facoltà teologiche è quello di essere presidio. Per questo la società e la comunità cristiana devono comprendere che queste istituzioni sono luoghi di frontiera che vanno sostenuti in modo diverso rispetto al passato. Concretamente: nella formazione dei docenti, nel sostegno alla ricerca, nell’omologazione delle strutture agli standard europei.

Poste questa basi, come vede il futuro dell’istituzione da lei presieduta?
Anche grazie alla passione di quelli che vi lavorano, occorre continuare a tenere viva questa importantissima funzione di presidio. Nello stesso tempo, bisogna rinforzare gli strati specialistici, formando persone che si inseriscano nel circuito del sapere. La teologia deve circolare non solo nelle Facoltà teologiche, ma deve inserirsi nel circuito accademico internazionale. Bisogna costruire, mi permetta la metafora, «le basi per lo sbarco sulla Luna». Se non inneschiamo questa disseminazione virtuosa del sapere siamo destinati a scomparire.

Inizierete l’anno accademico con una lectio magistralis sul Concilio: perché?
Monsignor Henrici appartiene alla generazione appena successiva a Balthasar e Rahner. È un testimone che racconta del suo operato in questi cinque decenni trascorsi dal Vaticano II. Da filosofo, parlerà dello sfondo culturale di quegli anni. È anche questo un modo per «aprire una finestra» sul tema nell’ambito delle celebrazioni del cinquantenario. Tenendo presente che la vera novità ancora oggi valida del Concilio è che non esiste una Chiesa al di fuori dei processi culturali.

L’inaugurazione sarà anche l’occasione per ricordare monsignor Giuseppe Colombo, tra i padri fondatori della Facoltà e preside dal 1985 al 1993, a dieci anni dalla scomparsa…
Colombo è stato l’interprete della decisione di far uscire la teologia nello spazio pubblico. A lui dobbiamo la linea della Facoltà come scuola di pensiero, non più solo apparato istituzionale. La sua eredità si riassume in due immagini: rendere rigoroso il pensare il cristianesimo. E una grande lezione di sobrietà: l’intellettuale ecclesiastico non cede alle lusinghe, ma decide di «scomparire» di fronte alla qualità dell’intelligenza della fede e del suo lavoro.

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