Una riflessione ad ampio spettro sulla complessa e drammatica realtà dei migranti che giungono sulle nostre coste, nel convegno del 17 aprile promosso da Caritas Ambrosiana, Pastorale dei migranti e Pastorale missionaria

di Rosangela VEGETTI

profughi

Se ancora ci fosse bisogno di elementi di prova del cambiamento epocale in atto in tutti i continenti, quello che ben conosciamo in casa nostra ne è un aspetto saliente: popoli interi si stanno muovendo, in cerca di nuove condizioni di vita; lasciano guerre e instabilità sociale e politica, giocandosi il tutto per tutto verso una terra promessa che scorgono in Europa, disposti a pagare con la vita il loro progetto di salvezza. A promuovere la riflessione attorno a un tema tanto impegnativo, nel convegno svoltosi il 17 aprile a Milano, Caritas Ambrosiana, Pastorale dei Migranti e Pastorale Missionaria, che hanno affrontato i contrasti salienti di oggi, tra la pressione dell’esodo dei popoli in difficoltà e la paura dei Paesi di destinazione, che per questo pensano a muri e a normative di contrasto.

Non ci si può sottrarre a questa realtà, destinata a cambiare la vita di molti. «Dobbiamo trovare una grammatica nuova per la vita quotidiana», ha indicato monsignor Luca Bressan, vicario episcopale e presidente di Caritas Ambrosiana, sottolineando anche la necessità di essere consapevoli di avere un dovere di aiuto che va oltre i sentimenti di paura e incertezza.

Il fenomeno dell’emigrazione investe tutto il mondo, con movimenti di transito da un Paese all’altro e la ricerca di nuovi insediamenti. Ci sono dati strutturali – ben evidenziati da Catherine Wihtol de Wenden, politologa e sociologa francese -, a partire dalla diffusa povertà nel Sud del mondo, che induce molti a guardare all’Europa come una terra di speranze di vita nuova. Ma c’è anche il versante demografico, che porta una popolazione di giovani a muoversi verso popoli più vecchi con la speranza di trovare sbocchi di vita futura. Senza dimenticare che la caduta del Muro di Berlino ha sancito il diritto delle genti a uscire dal proprio Paese e a cercare nuove condizioni. Però, al contempo, la paura della contaminazione e della perdita di identità induce oggi a chiudere le frontiere per impedire gli ingressi di stranieri anche con misure di forza.

Il turismo ha aperto alla mondialità, ma il diritto alla mobilità non è uguale per tutti. Anche se l’Europa ha bisogno di accogliere di più per sostenere la propria economia, si pensa di chiudere i confini e le migliaia di morti nel Mediterraneo sono ritenuti il costo per la difesa dai terroristi. Dilaga la confusione, oltre al clima di polemica permanente, e sembra che il migrante, o il povero, possano trasformarsi in terroristi: così non si rispetta più neppure il diritto di migrare e ci si affida ai sondaggi politico-elettorali piuttosto che alla solidarietà.

Riprendendo le parole e i gesti di papa Francesco, padre Giacomo Costa, direttore di Aggiornamenti sociali, ha richiamato la necessità di una risposta politica seria, che non può limitarsi a gestire l’immediato: «L’Europa dovrà rivedere il proprio atteggiamento nei confronti delle crisi e dei conflitti che minano la stabilità alle sue porte, mentre sul versante interno è evidente la necessità di riprogettare il cammino sociale, culturale, politico ed educativo per contrastare l’insorgere della xenofobia». Occorrono opere di solidarietà tese a produrre esperienze concrete capaci di modificare la cultura e il modo di pensare della società.

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