La riflessione della presidente diocesana Silvia Landra in occasione della Festa dell’adesione all’Ac: un gesto che, a qualunque età si compia, richiama alla comunione tra credenti e all’apertura verso chiunque

di Silvia LANDRA
Presidente diocesano di Azione Cattolica ambrosiana

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Nella società plurale lo stesso gesto ha tanti significati diversi e in ciascuno si trova qualcosa che contribuisce a dare senso a un’operazione collettiva. Stiamo parlando dell’adesione concreta all’Azione Cattolica, che ogni anno si rinnova per molti, finisce per alcuni, viene sottoscritta la prima volta per altri.

C’è chi non tradirebbe mai la sua storia associativa, interrompendo un flusso di adesione che dura da molti decenni e che risulta naturalmente connesso con la scelta della fede e dunque con la decisione esplicita e continuamente rinnovata di essere parte attiva del popolo di Dio. Contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, chi ha questa tenacia non confonde la tessera con il suo Battesimo, ma anzi ha ben chiaro che proprio il sacramento lo rende responsabile della missione della Chiesa nella vita e perciò fa scelte forti che lo confermano e lo aiutano a essere fedele, fra cui l’Ac. Tra i tesserati di lunga data, tuttavia, c’è anche chi mette in dubbio per la prima volta l’adesione perché si sente fisicamente fragile e quindi non più in grado di essere attivo come vorrebbe, impegnato nell’annuncio, nel servizio e nella promozione.

L’adesione all’Ac è fare o essere? Rispondo che entrambe le posizioni ci ricordano qualcosa di radicale: aderire all’Ac come scelta di fondo che vale a ogni condizione di vita e aderire all’Ac come stimolo ad attivarsi in qualcosa di specifico che contribuisce concretamente a costruire la Chiesa degli uomini. L’Associazione è un valore che aiuta molti a crescere se ci si sprona reciprocamente: alcuni dicono ad altri che le scelte importanti si difendono sempre e altri dicono ad alcuni che le scelte non possono diventare un’abitudine senza più pensiero critico. Qualcun altro ancora – più pragmatico, ma non meno appassionato – può ricordarci che un’adesione è anche un gesto di sostenibilità che consente a un soggetto collettivo di esserci e di non scomparire.

Ciò che rimane di indiscutibile valore nella pedagogia associativa è il richiamo forte alla scelta individuale che l’adesione rappresenta: è un modo per dire sì, per avventurarsi in una regola di vita che attraversa la quotidianità e che richiama continuamente all’essere in comunione tra credenti e aperti verso chiunque, perché tutto l’umano ci interessa e in ogni dimensione di vita scopriamo come amare di più, come essere prossimi ai poveri o essere poveri che si fanno prossimo, come mettere a frutto competenze e talenti perché altri ne godano e scoprano a quale meta grande sono chiamati.

Tutto questo vale anche per i più piccoli e per i giovani? Sembra proprio di sì, dal momento che ci sono alcune centinaia di iscritti anche tra loro, ma con dinamiche diverse. Le giovani generazioni aderiscono – in alcuni casi anche su stimolo della famiglia o di un educatore, un sacerdote o una religiosa che suggeriscono il valore della scelta -, ma sempre perché almeno un coetaneo stimola e contagia, e sempre perché un’esperienza di condivisione ha riempito il cuore. Le diverse proposte di residenzialità che radunano giovani e ragazzi da tutta la diocesi sono oggi ancora il volano più significativo per far nascere nuovi segni promettenti di Ac. Ciò significa che le esperienze di vita comune organizzate in diocesi dall’Ac (esercizi, settimane formative estive, approfondimenti) vanno proposte con tanta fiducia ai più giovani: non annoiano e non sequestrano dagli impegni importanti, al contrario danno gioia e fanno scoprire la meraviglia dell’essere complici insieme dell’avventura della vita secondo il Vangelo.

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