L’Arcivescovo, nella basilica di Agliate a porte chiuse, ha presieduto la Celebrazione eucaristica nella II domenica di Quaresima trasmessa in diretta grazie all'impegno di Rai3 e Tgr Lombardia. «In questo nostro tempo di vita rallentata, di attività sospese, possiamo fermarci con Gesù e imparare il significato delle cose, la vocazione iscritta negli affetti, la verità di Dio»

di Annamaria Braccini

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«Mi sembra che siamo chiamati a un senso civico e di responsabilità, a un’osservanza delle cautele prescritte, perché bisogna fare di tutto per contenere la diffusione del virus. Questo tempo della prudenza ci chiede di domandarci cosa possiamo fare di bello, di utile, di costruttivo per noi e per gli altri, nel momento in cui non possiamo fare tante cose. Anche se non possiamo farlo fisicamente, vogliamo esprimere spiritualmente la dimensione di fede pregando gli uni per gli altri e volendoci bene. La comunione dei santi è più reale di una semplice presenza fisica: ci sentiamo un cuor solo e un’anima sola anche se non possiamo stringerci la mano o guardarci negli occhi».
In una Lombardia divenuta tutta Zona rossa, sotto un cielo di Lombardia così bello quando è bello, sono queste le parole che l’Arcivescovo usa per parlare ai fedeli – ma non solo -, poco prima delle Celebrazione che presiede nella splendida e millenaria basilica di Agliate. Luogo scelto per la Messa domenicale a porte chiuse e trasmessa in diretta grazie all’impegno di Rai3 e Tgr Lombardia, sia per la sua suggestiva ed evocativa bellezza, sia perché proprio nel Decanato di Carate Brianza – in cui si trova Agliate – avrebbe dovuto svolgersi in questi giorni la Visita pastorale dello stesso vescovo Mario. Accanto a lui, concelebrano il decano don Sergio Stevan e il responsabile della Comunità Pastorale di Carate, “Spirito Santo”, don Gianpiero Magni.
«Domenica ci ricorda Cristo risorto in mezzo a noi e la gioia per questo è capace di vincere la tristezza e l’angoscia che ci prendono», dice, all’avvio della sua omelia, l’Arcivescovo che ricorda la festa della donna, in un giorno tanto difficile. «Dobbiamo avere un’attenzione per imparare dalle donne come si guarda alla vita, al bisogno, al presente. Auguro che questa giornata sia di festa seppure in questa situazione un po’ speciale».
E, forse, è quasi un segno che l’8 marzo cada nella II Domenica della quaresima ambrosiana, con l’incontro tra Gesù e la Samaritana nella pagina del Vangelo di Giovanni.
«I milanesi viaggiano di fretta, il tempo è prezioso e non è mai abbastanza, sono impazienti. Hanno premura di arrivare a destinazione. Perciò sorprende considerare come viaggia Gesù. È in viaggio verso la Galilea, si ferma però a parlare con la donna samaritana per un dialogo di straordinario interesse e poi si ferma addirittura due giorni. Il suo modo di viaggiare è una rivelazione: più che la meta gli interessa la gente».
Evidente e inevitabile il riferimento al presente: «anche questo tempo strano e complicato, questo rallentarsi di tutto, questo rarefarsi di attività e di incontri, questo viaggio che si è interrotto e che provoca danni enormi all’economia e all’immagine della nostra terra, forse può contenere una occasione propizia per un dialogo con Gesù che si ferma accanto a noi, se noi ci fermiamo un po’ a dialogare con Gesù».
Così, suggerisce il vescovo Mario, possiamo imparare il senso delle cose, come ad esempio l’acqua (non è un caso che il dialogo tra il Signore e la donna di Samaria si svolga presso un pozzo), il pane, il vino, il seme, il vento. E «possiamo anche imparare come interpretare gli affetti, i legami d’amore, la storia delle nostre relazioni».
«La donna samaritana, nel dialogo con Gesù, si dichiara libera. La parola di Gesù dà un nome a questa libertà: “Tu non sei libera, sei sola; tu non sei libera, piuttosto sei stata più volte abbandonata”. Anche noi possiamo entrare più profondamente nella dinamica degli affetti, reagire a quella che sembra una ovvietà indiscutibile che condanna alla precarietà dei legami e ritiene ineluttabile che l’amore sia destinato a spegnersi. Gesù suggerisce che l’amore è una decisione in cui è iscritta la vocazione alla fedeltà, l’intenzione di giungere fino al compimento. Il nome dell’amore che abita il tempo è fedeltà».
E, ancora, fermarci con Gesù, può introdurci alla conoscenza di Dio, «abbattendo i pregiudizi che l’umanità e la tradizione religiosa si ostinano a ritenere indiscutibili: che Dio possa essere contenuto in un tempio, quindi escluso dalla vita; che chieda adempimenti devoti circoscritti in un tempo, quindi estraneo alla vita quotidiana. Che sia una potenza enigmatica che chieda sacrifici e comportamenti come condizioni per trattenere i suoi castighi sono pregiudizi su un Dio immaginario».
«In questo nostro tempo di vita rallentata, di attività sospese, di incertezze possiamo fermarci un po’ con Gesù e imparare il significato delle cose, la vocazione iscritta negli affetti, la verità di Dio».
E, prima della benedizione, ancora un pensiero: «Voglio che entri in ogni casa una parola buona che viene da Dio che è alleato della nostra gioia e del bene. Per questo si chiama benedizione. La benedizione giunga, in particolare, a coloro che sono malati, al personale sanitario e a tutti coloro che in questa situazione trovano una particolare pena e sofferenza».

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