Redazione

Un giovane peruviano partecipa quasi per caso agli incontri di catechesi della pastorale dei Migranti. Trova un gruppo di amici e scopre la bellezza di riavvicinarsi alla fede, che nel suo Paese aveva abbandonato già da diversi anni

di Stefania Cecchetti

Questa intervista con Eric è una piacevole “rimpatriata”. Dopo mezz’ora di conversazione mi accorgo che era proprio lui il peruviano timido che una sera d’estate di tre anni fa partecipò per la prima volta al “giovedì del discepolo”, l’appuntamento settimanale di catechesi della pastorale giovanile dei migranti, al quale ero presente per realizzare un servizio. Anche lui si ricorda di me: «Dopo tanto insistere, mio padre mi aveva convinto a partecipare a uno degli incontri dei giovani sudamericani e filippini tenuti da don Alessandro. Ero un po’ incerto e intimidito e scopro che proprio quella sera c’è una giornalista che fa domande e scatta fotografie… All’inizio volevo scappare, ma per fortuna i sudamericani ti mettono immediatamente a tuo agio… Ho fatto subito amicizia».

Oggi trovo Eric sicuro di sé e della sua appartenenza al gruppo, che per lui è un luogo di aggregazione e di approfondimento della fede: «È da più di due anni che frequento. Mi trovo bene, tutti gli amici che ho li ho conosciuti lì. Ormai il gruppo fa parte di me, anche perché sono impegnato nell’animazione: suono la chitarra. E poi è importante anche dal punto di vista religioso. Quando vivevo in Perù non andavo neanche a messa e i gruppi di catechesi non mi interessavano. Lo stesso quando sono arrivato in Italia, tre anni fa. Poi ho provato a partecipare al “giovedì del discepolo” e da quella prima sera non ho più saltato un incontro. Ora posso dire di essermi riavvicinato a Dio e alla Chiesa».

Eric ha 21 anni, di giorno lavora e di sera segue un corso per dirigente di comunità. Così mi racconta come si svolgono le catechesi del giovedì: «Ogni volta c’è un tema nuovo, ma si discute sempre di cosa significa vivere una vita cristiana. A volte vengono a parlare persone esterne, altri sacerdoti o missionari». L’incontro più bello? «Un ritiro di Quaresima sul brano delle tentazioni nel deserto. È venuto a parlare un prete, che ha introdotto il tema con dei giochi molto divertenti. Mi è piaciuto perché con la sua semplicità e la sua simpatia è riuscito a catturare l’attenzione di tutti, me compreso, e ci ha fatto riflettere tanto».

Il gruppo è anche un luogo di incontro tra etnie diverse: vi partecipano per lo più sudamericani e filippini, oltre a qualche cingalese e italiano: «Anni fa, quando vivevo nel mio Paese – riflette Eric – non mi sarei mai immaginato di conoscere un giorno così tante persone di diverse comunità. Tra i miei amici ci sono anche tanti filippini, anche se fuori dal gruppo è un’altra cosa. Quando usciamo al sabato, per andare in discoteca o per qualche festa in casa, ci vediamo più spesso tra sudamericani, meno con i filippini, perché hanno abitudini diverse: loro sono più casalinghi, noi sudamericani, come saprai, siamo sempre fuori!».

La partecipazione degli italiani è importante: è il tentativo di lavorare a una vera integrazione, fatta di incontri reali, non solo di parole. Ma non è sempre facile: «Prima c’era un grosso gruppo di italiani provenienti dalla parrocchia del Preziosissimo Sangue, dove abita don Alessandro, che partecipavano ai giovedì. Ultimamente hanno smesso di venire. Ne sono rimasti solo un paio, con i quali c’è comunque un buon rapporto: vengono anche alle nostre feste!».

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