Alla Messa vespertina presieduta in Duomo alle 17.30 da monsignor Delpini e aperta a tutti, sono invitati in particolare assistenti familiari e badanti. Le testimonianze di Antonia e Tzvetlanka, che lavorano “nell’ombra” in un Paese che sta cambiando anche grazie a loro

di Claudio URBANO

badanti

Una professione che nasconde una vita intera, e un lavoro nel quale si possono leggere i cambiamenti di un’intera società. Questo raccontano le storie di alcune delle assistenti familiari che oggi partecipano alla Messa in Duomo con l’Arcivescovo. Dall’immigrazione all’invecchiamento della popolazione, fino alla maggiore presenza delle donne italiane nel mondo del lavoro, resa possibile – ricorda Anna Busnelli, segretario Acli Colf di Milano – proprio dal ruolo di “supplenza” svolto dalle assistenti familiari; e poi il tema del diritto a un regolare contratto, che dà alle badanti maggiore serenità e la possibilità di guardare al futuro con fiducia, anche in una professione per definizione precaria, che dipende totalmente dalle esigenze di vita delle famiglie italiane. E infine c’è un paese che sta cambiando, dove non serve più, per esempio, farsi chiamare Fiore anziché Tzvetlanka, se il nome slavo sembra impronunciabile.

Al centro ci sono loro, le badanti, termine generico che nasconde tanti lavori, arrivate in Italia cariche di sogni e di determinazione, e soprattutto col desiderio di lasciare un Paese che non offre futuro per darne uno migliore ai propri figli. È questa determinazione che ha permesso alla signora Antonia Morales, in Italia nel 2004 dal Salvador, di superare anche i momenti di scoramento più profondo. Non solo lo stordimento dei primi giorni in Italia, ma il trauma del primo lavoro, in una casa in cui il ragazzo allettato che avrebbe dovuto accudire in realtà non c’era, e il padre, solo, una notte ha tentato di violentarla. Speranza di futuro annullate in un attimo, e il successivo lavoro, in una famiglia con due gemelli, iniziato anche perché questi le ricordavano il figlio lasciato in Salvador a cinque anni, e che solo dopo un anno è riuscita a «trascinare» in Italia: un verbo, questo, che ripete più volte. Del resto «quello era il mio obiettivo – sottolinea – e ora tutte noi che siamo qui, anche se non abbiamo realizzato completamente il nostro sogno (per lei quello di lavorare come infermiera, nda), dobbiamo farci coraggio e andare avanti. Io ho qui mio figlio…».

Un futuro per i figli e se stessa l’ha cercato anche la signora Tzvetlanka Nikolova, arrivata vent’anni fa dalla Bulgaria della crisi post-comunista, dove viveva col marito in una stanza che faceva anche da cucina e cameretta per la figlia. Pensava di fermarsi in Italia solo due anni, poi la crisi economica in patria e soprattutto il suo dramma familiare, segnato dalla decisione di lasciare il marito violento, l’hanno portata a restare. Prima la Casa delle Donne Maltrattate e poi le Acli, che a Cassano d’Adda – dove la signora Nikolova vive da dieci anni – l’hanno coinvolta nella festa delle comunità straniere della zona, sono state un punto di riferimento: «Ho scoperto che qualcuno si occupa di noi, della nostra condizione lavorativa. Anche se siamo in tante, in genere rimaniamo in ombra nel mercato del lavoro, ma devo dire che c’è un Paese che sta cambiando, a partire dalla curiosità per i nomi diversi». È lei infatti la signora Fiore, il nome che per comodità ha scelto al suo arrivo a Milano, adottando la traduzione italiana (Fiorella) di Tzvetlanka. «Ora sono io a essere sorpresa quando gli italiani mi chiamano col mio vero nome, e vogliono conoscerne il significato», confessa. Mondi e storie che si incrociano, dunque, come quelle di queste donne e degli anziani o bambini di cui si prendono cura. «Entriamo nelle famiglie e ci facciamo accettare, poi ci affezioniamo – confida la signora Morales -. E forse quando dobbiamo lasciarle il dispiacere è per entrambi».

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